Il funerale di una delle vittime dell’attacco compiuto da due attentatori suicidi durante una marcia per la pace ad Ankara, in Turchia, l’11 ottobre 2015. (Yasin Akgul, Afp)

La Turchia sull’orlo del baratro dopo l’attentato ad Ankara

Il funerale di una delle vittime dell’attacco compiuto da due attentatori suicidi durante una marcia per la pace ad Ankara, in Turchia, l’11 ottobre 2015. (Yasin Akgul, Afp)
12 ottobre 2015 09:04

È possibile, ma altamente improbabile. Volendo potremmo anche sospettare, come fanno molti in Turchia, che Recep Tayyip Erdoğan abbia scelto la strategia della tensione per vincere le elezioni legislative del 1 novembre e che dunque alcuni suoi sostenitori siano responsabili dell’attentato che il 10 ottobre ad Ankara ha provocato almeno 97 morti e 165 feriti (di cui 65 gravi).

Potremmo sospettarlo perché il capo di stato turco e il suo Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp), partito islamico-conservatore, hanno perso le elezioni a giugno per la prima volta dopo 13 anni, e le elezioni anticipate in programma fra tre settimane non si annunciano favorevoli, perché Erdoğan non è tipo da lasciarsi emarginare senza reagire e perché Ankara – e questo è un fatto – ha riacceso la guerra con i separatisti curdi del Pkk nella speranza di alimentare uno slancio nazionalista e assicurarsi la maggioranza in parlamento.

L’occasione dell’attentato è stata proprio una manifestazione organizzata per denunciare il rilancio del conflitto con i curdi, ma ciò non significa che dobbiamo credere a un attacco da parte del governo.

I jihadisti hanno assestato un doppio colpo, punendo i curdi e seminando il caos in Turchia

Questa tesi è improbabile perché un simile attentato nel centro di Ankara dimostra prima di tutto che il governo non è più capace di garantire la sicurezza nella sua capitale, e questo indebolisce Erdoğan trasformando in vittime i suoi nemici.

È più verosimile che l’attentato sia opera dei jihadisti dello Stato islamico, che non perdonano al presidente turco di averli attaccati dopo averli discretamente appoggiati – anche se solo in modo passivo – nella speranza che prevalessero su Bashar al Assad, il presidente siriano di cui Ankara vorrebbe la sconfitta per ragioni di equilibrio regionale tra sunniti e sciiti.

Il modus operandi dell’attentato rispecchia quello dell’attacco dello scorso 20 luglio in una città curda vicina alla frontiera siriana, e anche qui come a luglio il gruppo Stato islamico sembra aver assestato un doppio colpo punendo i curdi, che lo combattono in Siria, e seminando il caos nella Turchia che gli è ormai nemica.

I turchi hanno appena conosciuto il loro 11 settembre. Il paese ha vissuto l’attentato più grave della sua storia in un momento in cui tutti i sondaggi prevedono che uscirà ingovernabile dalle elezioni politiche di novembre, che si svolgeranno appena quattro mesi dopo quelle di giugno.

Intanto la prospettiva di un compromesso con i separatisti curdi si allontana, l’economia turca arranca e le forze d’opposizione non condividono nient’altro che il rifiuto della deriva dittatoriale di un capo di stato affetto da una megalomania sempre più evidente.

Ombre oscure si addensano sulla Turchia, potenza regionale la cui stabilità è essenziale per un Medio Oriente in fiamme.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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