Soldati dell’esercito siriano ad Handarat, a nord di Aleppo, il 24 settembre 2016. (George Ourfalian, Afp)

La battaglia per Aleppo apre una nuova crisi internazionale

Soldati dell’esercito siriano ad Handarat, a nord di Aleppo, il 24 settembre 2016. (George Ourfalian, Afp)
29 settembre 2016 09:42

Dimentichiamoci la morale. Dimentichiamoci che Bashar al Assad è l’erede di una dinastia sanguinaria e predatrice, al potere da mezzo secolo. Dimentichiamoci fino a che punto sarebbe sconvolgente se il macellaio di Damasco la spuntasse dopo aver trascinato il suo paese in cinque anni di guerra rifiutando, nel 2011, il minimo compromesso politico quando le manifestazioni di protesta erano ancora del tutto pacifiche. Dimentichiamo tutto ciò di cui non dovremmo dimenticarci e guardiamo la situazione da una prospettiva cinica.

Dopo tutto, potremmo dire, la vittoria di Assad sarebbe meglio che la prosecuzione di un conflitto che ha già fatto 300mila morti, raso al suolo intere città e costretto milioni di persone a lasciare le loro case. Qualsiasi cosa sarebbe meglio della continuazione e il peggioramento di questo massacro e di tutto ciò a cui abbiamo assistito nell’ultima settimana. In altre parole, forse dovremmo rassegnarci a vedere l’aviazione russa finire di distruggere Aleppo al più presto e la Siria tornare allo statu quo ante.

Se fosse possibile bisognerebbe accettarlo, come un male minore. Ma non è possibile, per tre motivi.

Come è cambiato lo scontro
Il primo è che da tempo il conflitto non è più uno scontro tra una dittatura e un popolo che aspira alla libertà. Dall’autunno del 2011 questa guerra mette una contro l’altra le due grandi correnti religiose dell’islam, perché la famiglia Assad appartiene alla minoranza alauita del paese (parte dello sciismo) mentre il 60 per cento dei siriani è di religione sunnita. Non è più una battaglia tra la democrazia e un regno assolutista. È una battaglia tra due comunità, tra due religioni, tra una maggioranza e una minoranza. Questo significa che la caduta di Aleppo e la sconfitta militare dei ribelli non metterebbe fine al conflitto, perché gli alauiti non avrebbero fatto altro che vincere una battaglia a cui ne seguirebbero molte altre.

Il secondo motivo per cui l’esito dello scontro militare non riporterà la pace è che la Siria è diventata il teatro di una guerra regionale tra l’Iran sciita e le potenze sunnite, Arabia Saudita in testa. Gli iraniani sono corsi fin dall’inizio in soccorso di Bashar al Assad, perché il suo regime gli aveva permesso di penetrare nel cuore del mondo arabo fino a diventare molto potenti a Beirut grazie a Hezbollah, l’organizzazione politico-militare degli sciiti libanesi. Per l’Iran la caduta di questo regime avrebbe significato il fallimento di una strategia regionale sviluppata negli ultimi trent’anni e mirata a rendere l’antica Persia, sconfitta dagli arabi nel settimo secolo, la prima potenza del Medio Oriente.

Gli iraniani non potevano permettere che l’Arabia Saudita, le monarchie petrolifere e l’insieme dei paesi sunniti si opponessero al fatto che la Siria diventasse un protettorato iraniano dopo che l’intervento americano in Iraq e la caduta di Saddam Hussein avevano portato al potere la maggioranza sciita.

Aleppo sembra vicina al crollo. Questo significherebbe una rapida sconfitta dei ribelli, ma inevitabilmente questa sconfitta spingerebbe i paesi sunniti a decuplicare gli aiuti militari e finanziari ai sunniti della Siria e alla costituzione di un fronte comune di tutte le correnti dell’insurrezione, a cui si unirebbero gli uomini del gruppo Stato islamico che stanno perdendo posizioni.

Gli Stati Uniti hanno tardato troppo a creare le condizioni di un compromesso in Siria

Il terzo motivo per cui non possiamo considerare un male minore la vittoria militare di Assad è che la Siria è diventata anche un pomo della discordia tra gli occidentali (statunitensi ed europei) e i russi. Gli Stati Uniti hanno finalmente capito ciò che i francesi ripetevano da mesi: il fallimento dell’ultima tregua negoziata con Mosca e la ripresa immediata dei bombardamenti su Aleppo dimostrano che Putin li stava prendendo in giro trascinandoli da una maratona diplomatica all’altra con l’unico obiettivo di distruggere i ribelli.

Il presidente russo crede di poter ottenere una vittoria politica sugli Stati Uniti, ma in realtà sta rischiando di impantanare il suo paese in un Medio Oriente in fiamme e di compromettere la stabilità internazionale.

Gli americani hanno tardato troppo a creare le condizioni di un compromesso in Siria che possa assicurare un equilibrio militare tra i ribelli e Bashar al Assad. Ora non possono più rimediare. Per quanto effimera, si dovranno rassegnare a una vittoria siriana di Putin, ma potrebbero fargliela pagare riaprendo le porte della Nato a Ucraina, Georgia e Moldavia, peggiorando le difficoltà economiche della Russia e mostrandosi più intransigenti a proposito della crisi ucraina. L’assalto russo-siriano contro Aleppo è solo l’inizio di una lunga crisi internazionale che potrebbe rivelarsi molto grave.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Bernard Guetta sarà al festival di Internazionale a Ferrara dal 30 settembre al 2 ottobre 2016.

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