La prima ministra britannica Theresa May a Birmingham, il 5 ottobre 2016. (Toby Melville, Reuters/Contrasto)

La premier britannica apre le porte al populismo

La prima ministra britannica Theresa May a Birmingham, il 5 ottobre 2016. (Toby Melville, Reuters/Contrasto)
06 ottobre 2016 09:59

Non ci sono più differenze con la nuova estrema destra. Nell’ultimo giorno del loro congresso, il 5 ottobre a Birmingham, i conservatori britannici si sono completamente allineati alle formazioni xenofobe ed euroscettiche che si stanno affermando in tutta Europa.

Theresa May, nuova prima ministra britannica, ha aperto il fuoco parlando del disprezzo che “le élite progressiste” proverebbero per il “patriottismo” e per “il timore dell’immigrazione” presente tra il “popolo”. “Non abbiamo lasciato l’Unione per poi perdere il controllo sull’immigrazione”, ha aggiunto prima di dare la parola ai suoi ministri.

La ministra dell’interno ha presentato un piano in base al quale le imprese saranno costrette a rendere pubblica la lista dei loro dipendenti stranieri. Il ministro della sanità ha spiegato che il Regno Unito dovrà diventare “autosufficiente ricorrendo ai medici britannici”. Il ministro del commercio internazionale ha sottolineato che al momento non è necessario precisare quale sarà il destino dei milioni di europei che lavorano nel Regno Unito, perché questa “è una delle principali carte a disposizione del paese” nel futuro negoziato con l’Unione.

In rotta con tutte le tradizioni
Il Front national in Francia, o se per questo, il suo equivalente britannico, l’Ukip, non avrebbero saputo dirlo meglio. Seguendo l’esempio della nuova estrema destra, la prima ministra si è presentata come paladina della classe operaia e dei meno abbienti che sarebbero, a suo dire, penalizzati dal Partito laburista e dai sostenitori dell’unità europea.

Si tratta di una chiara rottura con il partito di Churchill, vincitore della seconda guerra mondiale, di Margaret Thatcher, non esattamente una sostenitrice dei più poveri, ma anche di David Cameron, predecessore di May che si vantava dei suoi contatti nel mondo degli affari. Una rottura completa con tutte le correnti e tutte le tradizioni (buone o cattive che fossero) di questo partito i cui nuovi protagonisti, figli della Brexit, ambiscono a non avere più avversari sulla scena interna.

I nuovi leader del Partito conservatore vogliono conquistare l’elettorato dell’Ukip, che perde i suoi dirigenti uno dopo l’altro perché non sanno che farsene della vittoria referendaria, e al contempo vogliono approfittare dei dissidi interni al Partito laburista, profondamente spaccato tra socialisti e social-liberisti.

Quello di Theresa May è un calcolo elettorale, ma questo calcolo ha fatto crollare la sterlina, perché rifiutando la libertà d’ingresso degli europei nel Regno Unito la premier ha chiuso le porte del mercato comune al suo paese.

Dato che non vuole sentire più parlare della libera circolazione nell’Ue, Londra non ha più molto da negoziare. May ha scelto i paesi emergenti contro l’Europa, ma non è detto che l’economia, le imprese e i dipendenti britannici guadagneranno da questo cambio, perché la Cina non è certo la patria della protezione sociale, ma di un dumping generalizzato.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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