Il consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn, al centro, alla Casa Bianca, Washington, il 13 febbraio 2017.

Cosa ci dice il primo scandalo dell’era Trump

Il consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn, al centro, alla Casa Bianca, Washington, il 13 febbraio 2017.
15 febbraio 2017 10:04

Ci sono due modi di vedere le cose. La prima, più confortante, è pensare che negli Stati Uniti i contropoteri funzionano bene. Grazie ai due principali giornali statunitensi, il Washington Post e il New York Times, i servizi si sicurezza hanno potuto spingere alle dimissioni il più stretto collaboratore di Donald Trump, il consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn, che si era arrogato il diritto di ostacolare la politica estera del suo paese quando il suo capo era solo il presidente eletto mentre Barack Obama era ancora in carica.

Questa prospettiva è tanto più rassicurante se pensiamo che allo stesso tempo una giustizia indipendente ha sospeso l’applicazione del decreto presidenziale con cui Trump voleva vietare l’accesso negli Stati Uniti a persone provviste di visti o permessi di soggiorno in regola, solo perché provenienti da paesi a maggioranza musulmana.

Gli Stati Uniti non sono la Cina né la Russia o la Turchia. Sono un paese dove vige lo stato di diritto e un presidente non può fare come gli pare solo perché eletto dalla maggioranza.

Una vicenda sbalorditiva
Questo è il lato buono, ma c’è anche un rovescio della medaglia, profondamente inquietante. La storia dello spionaggio è piena di agenti che sono riusciti a infiltrarsi fino ai più alti livello di uno stato per conto di una potenza straniera. Durante la guerra fredda queste cose accadevano in Germania e nel Regno Unito, ma non era mai accaduto che un generale (e non un agente infiltrato), nel nostro caso il capo dei servizi d’informazione militari Michael Flynn, si permettesse di contattare l’ambasciatore russo a Washington per comunicargli che con Donald Trump sarebbero state cancellate le sanzioni contro il suo paese imposte a causa delle interferenze russe nelle elezioni presidenziali statunitensi.

Si tratta di una vicenda sbalorditiva, per due motivi. Il primo è che a condividere informazioni riservate con una potenza straniera è stato addirittura il principale consulente di Trump e che sarebbe poi diventato il suo consigliere per la sicurezza nazionale, incarico che fu di Henry Kissinger e fondamentale per supervisionare la diplomazia, la difesa e i servizi d’informazione negli Stati Uniti.

Michael Flynn ha telefonato all’ambasciatore russo per dirgli di non prendere sul serio una decisione del presidente in carica

Siamo vicini all’alto tradimento, ma c’è di peggio. L’aspetto più preoccupante di tutta la vicenda è che Flynn abbia potuto pensare che la notizia non sarebbe mai emersa, quando qualsiasi lettore di romanzi di spionaggio sa benissimo che l’ambasciata russa a Washington (come quella statunitense a Mosca) è piena di microspie e che l’ambasciatore non può sostanzialmente avere una conversazione telefonica che non sia registrata.

Michael Flynn ha telefonato all’ambasciatore russo per dirgli di non prendere sul serio una decisione del presidente in carica. Delle due l’una: o il braccio destro scelto da Donald Trump è affetto da un ritardo mentale, o si sentiva coperto dal futuro presidente, lo stesso che secondo molti sarebbe ricattabile dai servizi segreti russi. Il congresso adesso vuole vederci chiaro, ma è difficile dire quale delle due opzioni sia la più sconfortante.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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