Il vicepresidente statunitense Mike Pence e il portavoce della Casa Bianca Paul Ryan applaudono il presidente Donald Trump durante il suo primo discorso al congresso, a Washington, il 28 febbraio 2017.

Donald Trump cambia tono nel suo primo discorso al congresso

Il vicepresidente statunitense Mike Pence e il portavoce della Casa Bianca Paul Ryan applaudono il presidente Donald Trump durante il suo primo discorso al congresso, a Washington, il 28 febbraio 2017.
01 marzo 2017 09:57

Qualcosa è cambiato. Sfoggiando una cravatta a righe al posto di quella rossa, una cravatta classica al posto dello stendardo sventolato sul campo di battaglia, il 28 febbraio Donald Trump si è rivolto al congresso da padre della nazione, insistendo sull’unità al di là dell’appartenenza politica, garantendo che “ogni problema può essere risolto” e celebrando la nuova “fierezza nazionale” di un’America “forte, coraggiosa e libera”.

Da questo primo discorso davanti alle due camere erano assenti gli attacchi personali e le altre sparate a cui il presidente ci aveva abituati. Nessun affondo contro la stampa o contro i nemici, solo un accenno alla volontà di drenare la “palude” di Washington, ma quello è un esercizio obbligato della politica americana.

Un inizio a sorpresa
Il segno più evidente di questo cambiamento è arrivato all’inizio del discorso. Trump ha dedicato le sue prime parole al lungo cammino della battaglia per i diritti civili degli afroamericani e al “lavoro ancora da fare”. È sembrato quasi un presidente democratico, o comunque un uomo che vorrebbe far dimenticare quanto l’estrema destra, i suprematisti bianchi e gli antisemiti dichiarati abbiano gioito per la sua vittoria, tanto che il numero di crimini razzisti e antisemiti è considerevolmente aumentato da novembre. Trump ha condannato questi atti davanti ai parlamentari.

Per il resto si è trattato di un discorso relativamente breve in cui il presidente non ha detto né annunciato nulla di nuovo. Nella sostanza non ha fatto passi indietro, perché ha ripreso tutti i temi della sua campagna elettorale, ma ha smussato gli angoli e non è mai entrato nei dettagli, come se fosse improvvisamente consapevole che non potrà guidare gli Stati Uniti come se fossero un’azienda, dare ordini ai sottoposti e pretendere che siano eseguiti senza discuterne, ma dovrà tenere contro del congresso, dei cinquanta stati federali, del potere giudiziario e di tutte le istituzioni che formano un paese democratico.

Gli Stati Uniti potrebbero orientarsi verso un’immigrazione selettiva

Qualche cambiamento, a ben vedere, c’è. Il muro alla frontiera messicana si farà e la lotta all’immigrazione clandestina resta una priorità assoluta, ma gli Stati Uniti potrebbero orientarsi verso un’immigrazione selettiva, di persone qualificate e in grado di contribuire allo sviluppo dell’industria statunitense.

Nelle parole di Trump non è mancato l’eco delle proteste della Silicon valley, preoccupata di non poter più reclutare cervelli all’estero. Il presidente sembra sempre più consapevole dei rapporti di forza e, anche se ha confermato di voler aumentare le spese militari, di avviare i lavori di grandi infrastrutture e di mettere il suo paese prima di tutto, ha comunque evitato di precisare come agirà in concreto.

Con un’eccezione: per spingere le imprese a non delocalizzare la produzione, Trump offrirà un taglio delle imposte e una riduzione drastica del numero di leggi che dovranno rispettare. Trump sta imparando a fare il presidente, ma è prima di tutto un imprenditore e sa bene cosa vogliono gli imprenditori.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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