Da sinistra: il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy, la cancelliera tedesca Angela Merkel, il presidente francese François Hollande e il presidente del consiglio italiano Paolo Gentiloni nel palazzo di Versailles, in Francia, il 6 marzo 2017.

L’Europa a più velocità trova nuovi sostenitori

Da sinistra: il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy, la cancelliera tedesca Angela Merkel, il presidente francese François Hollande e il presidente del consiglio italiano Paolo Gentiloni nel palazzo di Versailles, in Francia, il 6 marzo 2017.
07 marzo 2017 09:49

Si mormorava da settimane, una frase dopo l’altra, una parola dopo l’altra. In questa rubrica ne avevo parlato regolarmente, ma oggi sono quattro e non più due, perché la Spagna e l’Italia si sono aggiunte alla Francia e alla Germania. Il 6 marzo i più grandi paesi dell’Unione si sono pronunciati a Versailles in favore di un’“Europa differenziata”, il nuovo nome di quella che un tempo chiamavamo “l’Europa a più velocità”.

“Voglio che ci siano nuove forme di cooperazione differenziata”, ha dichiarato François Hollande. “Dobbiamo avere il coraggio”, ha aggiunto Angela Merkel, “ di accettare che alcuni paesi avanzino un po’ più rapidamente rispetto agli altri”. “La Spagna è disposta ad andare avanti nell’integrazione con tutti quelli che vorranno farlo”, ha annunciato Mariano Rajoy. Paolo Gentiloni, dal canto suo, ha parlato di “diversi livelli di integrazione” che permettano di offrire “risposte diverse” a “ambizioni diverse”.

Le incognite elettorali
Nell’immediato tutto questo non cambia niente, ma a medio termine cambia tutto.

Affinché questo nuovo progetto prenda forma bisogna prima di tutto che le elezioni olandesi, francesi e tedesche si svolgano regolarmente e non portino al potere eurofobi decisi a uscire dall’Unione.

Questa eventualità è esclusa a Berlino, ma non è impossibile all’Aja o a Parigi. Se ciò accadesse l’unità europea tramonterebbe rapidamente, ma se non sarà così, se Marine Le Pen fallisse al secondo turno e i suoi amici olandesi non trovassero alleati con cui governare, allora l’Unione potrebbe cambiare volto e direzione a partire dall’autunno prossimo.

Il 6 marzo François Hollande ha spiegato a sei grandi giornali europei che l’Europa potrebbe diventare un club con un mercato comune per 27 stati, con una moneta unica riservata ad alcuni e, per chiunque lo vorrà, con sviluppi importanti e condivisi da molti nel campo della difesa, dell’armonizzazione fiscale e sociale, della ricerca e della cultura. Quest’idea di un’Europa differenziata si basa sul fatto che gli stati restii a spingersi oltre il mercato unico potranno restare dove sono, mentre gli altri potranno rafforzare i loro legami dove e quando ne sentiranno il bisogno.

L’isolazionismo di Trump lascia un vuoto che i paesi europei possono colmare

“È un’idea che sta prendendo piede. In caso contrario l’Europa esploderebbe”, ha sottolineato il presidente francese. Sono parole cariche di senso, non semplici formule. Hollande ha detto la verità, dato che l’unità europea è ormai troppo radicata perché l’Unione resti paralizzata dalla pretesa dell’unanimità. L’Europa unita deve avanzare rapidamente, mostrare la sua efficacia. Il progetto europeo si può disfare a 27, ma può avanzare anche coinvolgendo un numero ridotto di stati.

È questa la prima ragione della svolta in corso, e la seconda ha un nome e un cognome: Donald Trump. Davanti all’isolazionismo e al rifiuto dell’Unione espressi dal nuovo presidente americano, i grandi paesi europei vedono un vuoto da riempire al più presto e capiscono di avere i mezzi per farlo, perché l’Europa unita è la prima potenza economica del mondo.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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