In piazza San Pietro in attesa dell’elezione del nuovo papa, il 13 marzo 2013. (Alessio Mamo, Redux/Contrasto)

Anche le donne cattoliche abortiscono

In piazza San Pietro in attesa dell’elezione del nuovo papa, il 13 marzo 2013. (Alessio Mamo, Redux/Contrasto)
02 settembre 2015 13:32

Sono sempre stata molto affascinata dalla confessione. Da quell’idea di perdono onnicomprensivo e soprattutto anticipatorio: sto per fare questa cosa non proprio morale o dichiaratamente ripugnante, poi tanto chiedo perdono. Per magari ricominciare il giorno dopo, in un eterno ripetere di abusi e peccati mondati.

Alcuni prendono il perdono molto sul serio. E a volte è davvero un nobile gesto, è forse anche qualcosa di saggio, soprattutto quando siamo noi a dover perdonare. Mantenere risentimenti è faticoso e inutile.

Ieri papa Bergoglio ha detto che in occasione dell’imminente giubileo le donne che hanno abortito potranno essere perdonate. Non è una novità perché già accadeva in alcuni periodi dell’anno. Tuttavia ci sono alcune novità tecniche: ogni sacerdote può perdonare (si legga qui).

Una fetta di torta

Ma che cosa vuol dire? Che si devono pentire, d’accordo. Cioè che non lo rifarebbero mai? E come lo si garantisce? E se poi lo rifanno? È facile, poi, dirlo ora per ieri. Il revisionismo delle circostanze passate che ci hanno portato a fare o a non fare qualcosa è una tentazione irresistibile. Non ci capacitiamo di non aver resistito a quella fetta di torta. Non ci spieghiamo come mai non siamo andate in palestra. Pensare che era pure lunedì!

Molti dei presunti ripensamenti rispetto all’aborto non sono che effetti di un ricordo parziale. Moltissimi sono semplicemente falsi: la maggior parte delle donne che ha scelto di abortire non se ne pente e non soffre necessariamente per tutta la vita. Molte donne abortiscono e stanno bene.

Il conflitto tra essere cattolici e compiere peccati rimane intatto e nessun perdono potrà scalfirlo

Manco a dirlo, il giudizio papale nei confronti dell’aborto è immutato: “Il dramma dell’aborto è vissuto da alcuni con una consapevolezza superficiale, quasi non rendendosi conto del gravissimo male che un simile atto comporta”. D’altra parte se non fosse un peccato terribile, una “sconfitta” e “un dramma esistenziale e morale” non ci vorrebbe il perdono.

Le donne che hanno abortito – anche questo è piuttosto ovvio e prevedibile – hanno subito condizionamenti. Ovvio e prevedibile appunto, e purtroppo condiviso da molti che non sono o non si considerano cattolici rispettosi delle gerarchie. L’aborto come una lettera scarlatta. Chi ammette questa visione semplicistica secondo cui ogni aborto è un dramma e un fallimento morale, ammetterà anche un rimedio altrettanto semplicistico. Hai abortito? Ti perdono.

L’aspetto un po’ più complicato riguarda l’assoluzione dal peccato di aborto verso “quanti lo hanno procurato”. Vale solo per i medici che hanno smesso di eseguire aborti? O pure per loro si può aprire una stagione di peccati e assoluzioni, così possiamo metterci tutti l’anima in pace?

Il conflitto tra essere cattolici e compiere peccati rimane intatto e nessun perdono potrà scalfirlo. A meno che non si ammetta di poter essere cattolici anche senza seguire la gerarchia. Fino a quando si rimane cattolici? È ammesso un qualche spazio di autonomia e di indifferenza ai comandamenti?

Molte donne cattoliche abortiscono e usano anticoncezionali ma continuano a considerarsi cattoliche

Ciò che è innegabile è che le donne cattoliche, rimanendo in tema, abortiscono e usano anticoncezionali, hanno rapporti fuori dal matrimonio e non considerano il sesso come un mero strumento riproduttivo. Per alcune di loro, forse, il perdono sarà un regalo gradito, ma può pure essere che a molte altre non importerà molto di questo gesto un po’ ipocrita e consolatorio. Perché continuano a dirsi cattoliche, ma hanno già scelto di violare profondamente quelle condizioni necessarie per esserlo davvero.

Oppure quel conflitto è considerato tale solo dagli osservatori esterni? A leggere la storia di Kim Davis sembrerebbe di sì. Davis è una funzionaria di una contea del Kentucky e tra i suoi doveri c’è quello di rilasciare licenze matrimoniali. Davis rifiuta di concedere licenze a persone dello stesso sesso, perché i matrimoni tra persone dello stesso sesso sono immorali e contrari alla Bibbia. Essere costretta a farlo violerebbe la sua libertà.

E già qui si è tentati di consigliarle di cambiare lavoro, visto che non è “l’autorità di dio” che le paga lo stipendio. Ma c’è di più: Davis ha divorziato tre volte e si è sposata quattro volte.

Come ha commentato Dan Savage, i principi ferrei di Davis sembrano valere solo quando le fanno comodo. Manco a dirlo, Davis ha chiesto perdono a Gesù. E tutti i peccati sono stati lavati via.

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