Quanto ci costano le frodi scientifiche

23 ottobre 2015 15:36

Quanto ci è costato il caso Stamina, cioè la frode di Davide Vannoni? E quali sono gli effetti, ancora oggi, delle bugie di Andrew Wakefield sui vaccini che causerebbero l’autismo? Quanto costa, in generale, ritrattare un articolo scientifico o denunciare una manipolazione? Quali sono le conseguenze e come si può ridurre il numero di ritrattazioni? Sono aumentate le frodi o è migliorato il meccanismo di controllo?

Non è facile rispondere in modo esaustivo, ma la cattiva condotta scientifica è un problema molto serio.

Scandali, truffe, manipolazioni, plagio, distorsioni cognitive – insomma, errori intenzionali oppure no. Il costo di tutto questo è enorme. E non è solo economico. Negli Stati Uniti la stima è di 58 milioni di dollari per le ritrattazioni tra il 1992 e il 2012. Per ogni articolo quasi 400mila dollari. E sono solo i costi economici diretti.
Quelli indiretti e quelli non meramente economici sono più difficili da calcolare e a volte pesantissimi.

Bastano pochi esempi per capirne la portata. Tra i più malefici c’è proprio la truffa di Wakefield, ancora troppo spesso scambiata per la denuncia di un pericolo reale.

E così, nonostante il suo paper sia stato ritirato e Wakefield non possa esercitare nel Regno Unito, nonostante sia stato scoperto un conflitto di interesse (mentre accusava il vaccino trivalente di causare l’autismo cercava di metterne a punto uno lui), e soprattutto non sia stato possibile dimostrare alcun processo di causazione tra vaccini e autismo, molte persone continuano a essere spaventate e alcuni tribunali considerano risarcimenti e responsabilità.

Quanto costa non vaccinare i propri figli esponendoli al rischio di contrarre patologie evitabili? Quanto costa avere paura di un fantasma?

Potremmo citare il multitrattamento Di Bella o la fusione fredda, se vogliamo guardare agli anni passati. Poi ci sono gli eroi della ricerca caduti in disgrazia, come Hwang Woo-suk, e i collezionisti, come Diederik Stapel che è arrivato a 57 ritrattazioni. Per ora.

Il conflitto d’interessi non è una prova di colpa, ma è qualcosa che va dichiarato

Che fare?

Una delle soluzioni è definire meglio cosa non va fatto e come non farlo, ovvero mettere a punto delle linee guida di buona condotta.

Il metodo scientifico non è intuitivo, e per chi non accetta questa premessa può sembrare perfino puntiglioso e a volte crudele. La nostra volontà non conta, né il nostro impegno. A volte si può inciampare in errori che sono determinati dal desiderio di trovare una soluzione. Fallire o non raggiungere i risultati sperati può far perdere la lucidità necessaria e far cadere in trappole cognitive.

Alle condotte più evidentemente cattive, come la fabbricazione di dati e risultati, la falsificazione e il plagio, si devono aggiungere le condotte ambigue, rischiose, non proprio cattive insomma, ma dubbie, le distorsioni inconscie e gli sbagli in buona fede.

Il conflitto di interesse – come nel caso Wakefield – non è una prova di colpa, ovviamente, ma è qualcosa che va dichiarato perché nella migliore delle ipotesi costituisce una distorsione, cioè un intoppo nella correttezza del processo.

In molti paesi sono state definite delle linee guida o create agenzie destinate al controllo delle condotte scientifiche (alla nascita di Retraction watch, nell’agosto 2010, i fondatori si erano domandati: avremo abbastanza materiale?)

L’Italia era rimasta finora colpevolmente indietro, ma la commissione per l’etica della ricerca e la bioetica del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) ha elaborato le Linee guida per l’integrità nella ricerca.

Per integrità nella ricerca si intende l’insieme dei princìpi e dei valori etici, dei doveri deontologici e degli standard professionali sui quali si fonda una condotta responsabile e corretta da parte di chi svolge, finanzia o valuta la ricerca scientifica nonché da parte delle istituzioni che la promuovono e la realizzano. L’applicazione dei princìpi e dei valori e il rispetto della deontologia e degli standard professionali sono garanzia della qualità stessa della ricerca e contribuiscono ad accrescere la reputazione e l’immagine pubblica della scienza, con importanti ricadute sullo sviluppo della stessa e sulla società.

I cinque princìpi fondamentali sono dignità, responsabilità, equità, correttezza, diligenza.

Questi princìpi racchiudono, ineriscono o sono correlati ad altri princìpi e valori etici, quali in primo luogo: l’onore e la reputazione delle persone e la lealtà verso gli altri e verso le istituzioni; la libertà di ricerca scientifica; l’onestà, il rigore, l’affidabilità e l’obiettività nella conduzione della stessa; l’indipendenza di giudizio, la trasparenza, l’atteggiamento aperto ed equanime, la valorizzazione del merito, la reciprocità e la cooperazione con gli altri nell’adempimento dei proprio compiti; l’imparzialità, la pertinenza, la vigilanza coscienziosa e l’efficienza nell’utilizzazione delle risorse; la responsabilità sociale e quella verso le generazioni future.

Ogni ricerca è costituita da diverse fasi: la pianificazione, la realizzazione, la comunicazione dei risultati. In ogni fase si possono compiere errori o frodi. Si può essere irresponsabili o disordinati, si può essere tentati dalle strade più semplici o non rispettare il lavoro e il ruolo dei colleghi. È uno sforzo continuo di controllo e di autocontrollo, un processo di equilibrio tra correttezza metodologica e integrità morale.

Fanno parte delle buone pratiche anche l’evitare di moltiplicare gli articoli pubblicati e la correttezza nel citare chi ha lavorato alla ricerca, così come il dovere di segnalare eventuali errori, imprecisioni o conflitti di interesse non rivelati.

Non esiste par condicio nella scienza

Di particolare utilità potrebbe rivelarsi la sezione dedicata alla comunicazione pubblica e alla divulgazione dei risultati, considerate le difficoltà di interazione tra il mondo degli esperti e quello del pubblico e la seduzione esercitata dai complotti e dalle riduzioni a “è tutta colpa di Big pharma”.

Un principio che tutti dovrebbero adottare è il seguente: “Una chiara e aperta distinzione viene operata tra la comunicazione di opinioni personali e quella di opinioni professionali basate su pubblicazioni già passate al vaglio della revisione paritaria e/o su dati ottenuti con metodi generalmente accettati dalla comunità scientifica, codificati da criteri documentati e documentabili, e la cui efficacia, attendibilità e margine di errore siano stati accertati sperimentalmente”.

La scienza non può e non deve rispettare la par condicio, non deve cioè ammettere l’equivalenza di tutte le opinioni perché alcune non sono davvero tali (il geocentrismo, l’omeopatia, Stamina e tante altre cure miracolose).

La scienza è la risposta migliore, anche se a volte sbaglia e se alcuni ricercatori sono sedotti da condotte immorali e fraudolente. Trasformare però gli errori e le truffe in una condanna nei confronti della scienza è dannoso e irrazionale.

Le buone pratiche scientifiche potrebbero non solo avere l’effetto di ridurre il numero di ritrattazioni, ma contribuire alla ricostruzione di un rapporto di fiducia con lo strumento più efficace che abbiamo per trovare soluzioni e risposte. E le Linee guida del Cnr possono avviare un dibattito rimandato troppo a lungo.

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Pier Andrea Canei