La questione è la violenza contro i rom, non il parabrezza

10 novembre 2014 10:42

Alle 14.57 di domenica 9 novembre Salvini manda questo tweet:

In un calmo weekend autunnale in cui il massimo del dibattito politico è la non-notizia del futuro avvicendamento al Quirinale, il leader della Lega incassa il massimo risultato con il minimo sforzo: la foto del vetro della sua macchina sfondato campeggia in homepage ovunque. L’aggressore si è trasformato in vittima in un’oretta scarsa.

La sua provocazione è talmente infantile, rudimentale e meschina che non viene nemmeno da commentarla. Sono mesi che ha capito che il consenso che può lucrare sull’odio anti-rom è persino più cospicuo di quello anti-immigrati. Probabilmente ha già programmato un tour per le prossime domeniche.

Quello che occorre commentare è invece la reazione dei politici, in un coro bipartisan a stigmatizzare sì la becera propaganda salviniana, ma anche a condannare la reazione stizzita di quattro ragazzi venuti a contestare il pogrom simbolico di Salvini.

Delrio: “Quella di Salvini è un’iniziativa a fini elettorali e io prendo sempre le distanze da iniziative propagandistiche fatte sulla vita delle persone. Detto questo la violenza è inaccettabile perché Salvini ha diritto a manifestare dove vuole”.

Questa dichiarazione segna il bonus nel risultato ottenuto dalla Lega: visibilità e riconoscimento. Il campo del discorso l’ha disegnato Salvini: e dunque la questione non è più il razzismo insostenibile nei confronti dei rom, l’aberrante segregazione dei campi nomadi (in Italia, quarantamila persone), il fatto che a più riprese l’Italia sia stata redarguita da tutte le organizzazioni internazionali per quanto poco fa. No, quello che va difeso è il diritto di Salvini a manifestare dove vuole, ciò che va ribadito è che la violenza sia comunque da condannare.

Così, mettiamo che io domani con tre miei amici vestiti da laziali andiamo a un club romanista e comincio a urlare “Roma merda!” e “Dovete morire tutti al rogo!” (il tono del discorso pubblico della Lega nei confronti dei rom), non è forse prevedibile – foss’anche la maggior parte capisca che non c’è da cadere nella provocazione – che qualcuno reagisca cercando la rissa?

E allora? E allora semplicemente Delrio o qualcuno del governo poteva liquidare il gesto demente di Salvini spostando l’attenzione sulla questione delle politiche a favore dei rom invece che sul parabrezza rotto. O è troppo controproducente in termini di consenso politico?

Un bel libro di Daniele Giglioli di un paio di anni fa uscito per Nottetempo, Critica della vittima, faceva il punto su un dibattito che ha almeno un ventennio: il protagonismo assoluto delle vittime nella scena politica.

Salvini l’ha capito e sta trasformando l’immagine celodurista della Lega in quella più spendibile dei padani vittime dell’illegalità, dell’invasione immigrata, addirittura dei rom e dei centri sociali. Dove Borghezio si presentava davanti agli asili degli immigrati e organizzava ronde, Salvini aspetta che sia lui a essere aggredito. La sua felpetta da gita fuori porta, l’abbandono dell’immaginario folkloristico del dio Po, la telecamera sempre a portata di mano, dicono molto su quanta strategia ci sia nel suo atteggiamento finto dimesso.

Domenica prossima sarebbe bello ci fosse una presenza istituzionale (Alfano? Renzi? Napolitano?) in un campo rom. A dimostrare che non è questione di propaganda elettorale ma di semplice rispetto per le persone. Forse troncherebbe quella che altrimenti sarà un’escalation.

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