27 novembre 2020 13:48

I miei figli abitano uno all’estero e una in Norditalia. La mia più grande gioia era averli tutti qui a casa per Natale ma quest’anno sembra che ci sarà negato anche questo, e io per la prima volta dall’inizio della pandemia sto cominciando a cedere alla tristezza.–Luana

Stamattina ho accompagnato a scuola mio figlio dopo che la sua classe era stata in isolamento fiduciario per dieci giorni. Prima di salutarlo gli ho detto: “Mi raccomando, non ti avvicinare ai compagni e cerca di parlarci il meno possibile”. Mentre lo guardavo correre verso il portone, mi sono soffermato sulla profonda tristezza di quello che gli avevo appena detto. Oltre ad attaccare il nostro corpo, il covid infetta anche la nostra società, che viene debilitata e messa sotto stress da un virus che intacca le nostre relazioni più importanti. Purtroppo l’unica cosa da fare è avere pazienza e stare riguardati. Individualmente e socialmente: come un malato con l’influenza resta a letto in attesa che il malanno passi, così noi come società dobbiamo restare momentaneamente a riposo, sospendendo le nostre normali interazioni. Ma senza dimenticare che a un certo punto si guarisce: ormai anche gli esperti più prudenti cominciano a dire che il prossimo Natale non sarà come questo e io voglio convincermi che potrebbe essere perfino il più bello di tutti. L’unica medicina per le nostre relazioni inferme è concentrarsi su quanto sarà bello tornare tutti vicini dopo questo lungo periodo di lontananza. E questo è quello che dirò anche a mio figlio quando andrò a prenderlo a scuola.

Questo articolo è uscito sul numero 1386 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati