05 febbraio 2021 16:21

Siamo una coppia di trentenni e stiamo considerando l’adozione internazionale. Abbiamo un grande dubbio: quanto è grave privare una persona del diritto alla sua cultura e alla sua identità? La stiamo condannando a sentirsi sottratta dal diritto di appartenere? –Giulia

La scrittrice e attivista Espérance Hakuzwimana Ripanti è una delle voci italiane che meglio spiega cosa significa crescere nel nostro paese per i bambini adottati all’estero. In risposta alla vostra domanda, mi ha mandato questo pensiero: “Da qualche parte ho sentito che qualcuno vede l’adozione come una virgola. E a me piace. Sta a dire che prima c’era una vita e poi ci è finito in mezzo qualcosa. Così, dopo un momento di assestamento in cui non si capisce bene cosa fare e come farlo, qualcuno ci mette un pezzo, un aiuto minuscolo e importantissimo per continuare con la stessa identica vita piena, con la stessa identica frase composta, fatta però da qualcosa di più di semplici parole. Nel migliore dei modi, con quello che si ha, dopo una piccola pausa, per continuare a dare un senso a tutto quello che verrà dopo. Mi piace proprio. Non è un punto, per ricominciare. Non sono nemmeno due per spiegare meglio. Quello che c’era già non si spezza, quello che verrà dopo non ha bisogno di parole. Si vive e basta. Col respiro giusto e con un senso, per andare, per tornare e poi andare ancora. Un po’ come le lacrime e le onde, ché non lo dicono mai ma sono fatte di virgole di acqua e puntini di schiuma bianchi. Due cose che prima insieme chi se le immaginava, e ora guarda che meraviglia”.

Questo articolo è uscito sul numero 1395 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati