I Suicide negli anni ottanta (a sinistra, Alan Vega). (Ebet Roberts, Redferns/Getty Images)

L’influenza sotterranea di Alan Vega 

I Suicide negli anni ottanta (a sinistra, Alan Vega). (Ebet Roberts, Redferns/Getty Images)
18 luglio 2016 16:23

Alan Vega, il fondatore del duo protopunk Suicide, morto il 16 luglio a 78 anni, non è mai stato un santino da Grande Enciclopedia del rock a dispense. Era di partenza un artista figurativo, ma la sua arte e la sua musica non sono state mai musealizzate. In un momento storico in cui la musica popolare perde rilevanza culturale e cerca legittimazione nei musei, la scomparsa di una figura come Alan Vega è piena di significato. Un pubblico abituato ad andare alla Tate per celebrare la messa non cantata dei Kraftwerk, a fare la fila per gli abitini di Björk al Moma, a struggersi davanti alla mostra ultrafeticistica di David Bowie, sembra lontanissimo dall’arte viscerale, urgente, nichilista e ferocemente antidecorativa dei Suicide e di Alan Vega.

Dream baby dream


Vega veniva dalla magmatica scena artistica newyorchese a cavallo tra gli anni sessanta e settanta. Era più vecchio di quanto si sapesse: il fatto che fosse nato nel 1938 è venuto fuori pubblicamente solo nel 2008, in occasione del suo settantesimo compleanno. Dopo gli inizi in diversi collettivi artistici più o meno antagonisti, nel 1970 vede Iggy Pop sul palco e ha un’illuminazione. La sua arte aspra, fatta di detriti tecnologici e metallici, poteva diventare carne trasformandosi in performance rock.

Ghost rider (live)


Con lo strumentista Martin Rev fonda nel 1970 i Suicide, forse il primo duo elettronico della storia. Una formula, che a partire da loro, si ripeterà soprattutto negli anni ottanta e in chiave squisitamente pop. La loro musica, una sorta di rockabilly destrutturato e accompagnato da un’elettronica minimale, quasi primordiale, non si era mai sentita prima. E Alan Vega sul palco cercava il confronto, la rissa: era punk con anni di anticipo. Anzi, una delle prima volte che l’espressione punk rock è comparsa è stata proprio su un manifesto dei Suicide nel lontano 1970. “Annunciammo il concerto come una messa punk rock”, ha detto Vega al giornalista britannico Simon Reynolds nel 2002: “Non abbiamo inventato noi la parola: l’abbiamo presa forse da un articolo di Lester Bangs sugli Stooges, ma penso che siamo stati i primi a descrivere la nostra musica come punk”.

L’immaginario da incubo post-industriale e post-rock’n’roll dei Suicide si è sviluppato nel corso di cinque album e di una manciata di live. La carriera solista di Alan Vega continuava di pari passo con una serie di album realizzati tra il 1980 e il 2010.

Wipeout beat


La musica di Alan Vega e dei Suicide, figlia della controcultura più nichilista, era arte e allo stesso tempo anti arte, troppo estrema per sfiorare il mainstream e troppo urgente per restare inascoltata. Era una corrente elettrica sotterranea, la scintilla che ha dato vita a un’infinità di altre esperienze musicali.

Dalla No Wave newyorchese al post punk, dalle prime esperienze industrial al synth pop ironico e malato dei primi Soft Cell, tutti sono stati influenzati dai Suicide. Proprio intorno al loro suono si coagula l’idea di un post rock ibrido, tra rumorismo, elettronica e dance music. L’influenza di Alan Vega si è spinta da Bruce Springsteen, che nella sua State trooper richiama chiaramente la dolente Frankie teardrop, alla rapper M.I.A. che in Born free campiona pesantemente Ghost rider.

Tutti – da Billy Idol nella sua fase cyberpunk ai Pet Shop Boys, dai Sigue Sigue Sputnik, con il loro techno rockabilly farsesco, ai Nine Inch Nails – hanno un debito creativo con Alan Vega. In un 2016 che mummifica gli artisti vivi e venera quelli morti come neanche gli antichi egizi, è bellissimo ricordare uno spirito libero e ferocemente creativo come quello di Alan Vega, che ha saputo influenzare il mainstream senza mai farne parte.

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