Il ritmo del passo

22 gennaio 2019 16:03

Sebbene le élite – vecchia parola per nominare pochi umani alla guida di masse sterminate – abbiano dato prova non solo nei secoli ma nei millenni di fare danno anche quando pareva che facessero bene, noi cocciutamente torniamo a sognare, specie quando abbiamo l’acqua alla gola, l’avvento di ottime classi dirigenti che sappiano il fatto loro e i fatti nostri.

L’idea che non riusciamo a strapparci dalla testa è che la condizione elitaria sia un dato di natura.

Ci sono – pensiamo – alcuni animali umani che vanno veloci e moltissimi che arrancano. Ovvio quindi che quelli veloci costituiscano una élite. Altrettanto ovvio è che coniugare velocità e lentezza non si può. Che Guevara, per esempio, riteneva che la banda guerrillera dovesse regolare il passo non sul guerrillero più veloce bensì su quello più lento, e si sa che fine fece.

Se noi adottassimo quel suo criterio scervellato taglieremmo le gambe ai migliori per nascita, per censo, per caso, e arriveremmo tutti in gran ritardo all’appuntamento con le magnifiche sorti e progressive. Obiezione: ma una scuola veramente democratica che ci addestri uno per uno al passo svelto? Risposta: la scuola ha perso ogni funzione proprio quando ha smesso di selezionare élite; l’unica democrazia possibile è che i veloci vadano velocissimi, ma senza trascurare mai di far visita ai lenti e chiacchierarci un po’.

Questo articolo è uscito nel numero 1290 di Internazionale, a pagina 12. Compra questo numero| Abbonati

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