13 gennaio 2015 17:57

Una scia di morte unita a un grande amore per la vita e per gli esseri umani, nascosto da un’irriverenza anarcoide spinta a oltranza, strumento di una necessità interiore, irreprimibile, di verità. Opposti che si uniscono. In questo si può sintetizzare l’approccio al fumetto di Georges Wolinski e del suo grande amico fraterno Jean-Marc Reiser. Quando Wolinski parlava di Reiser si commuoveva, come se parlasse di una persona rara, anzi unica, sul piano umano. Un po’ come per un santo che però non ha mai aspirato a esserlo. Reiser, colonna del fumetto satirico francese e del fumetto tout-court, morto nel 1983 per un tumore, salutò i lettori del settimanale d’informazione le Nouvel Observateur a cui collaborava con la consueta gioviale, rabbiosa, irriverente, leggerezza poetica.

Quest’ultima dovuta dovuta in gran parte al suo stile grafico assolutamente unico, tra i più spirituali e al tempo stesso istintivi dell’intera storia del fumetto. Due opposti che vanno bene per coniugare ancora altri due opposti: una satira sovversiva quanto in fondo umanista. Wolinski, anche lui una colonna del fumetto satirico francese e del fumetto tout-court, nato e vissuto a Tunisi fino al 1952, ebreo francese di origini polacche da parte di padre, ma franco-italiane da parte di madre, quando era piccolissimo ebbe il padre ucciso da un dipendente licenziato per l’eccessiva pressione fiscale, senza contare la prima moglie che gli darà due figlie, morta in un incidente automobilistico nel 1966 nel tentativo di evitare un cane. Ed è morto assassinato, insieme ad altre 11 persone, il 7 gennaio 2015, nella redazione di Charlie Hebdo.

Wolinski e Reiser furono scoperti in Italia grazie al mensile Linus e al suo direttore, lo scrittore e saggista Oreste del Buono, che li pubblicò negli anni settanta e ottanta (come pure la Claire Bretécher dei Frustrati). Stranamente non pubblicò mai Cabu, altro grande autore di vignette satiriche come pure di storie o reportage a fumetti, anch’egli ucciso durante l’attacco a Charlie. Se Linus ha fatto conoscere parte della vastissima produzione di Wolinski, non ha mai permesso di ben cogliere l’ampiezza del personaggio. Perché da un lato Wolinski ha costruito trasversalmente la storia della satira francese saldandola a un forte legame con la stampa d’informazione generalista, dall’altro ha legato il fumetto d’autore con quello popolare, purché di alta qualità e spesso anarchico, e poi, col tempo, tutto questo si è legato insieme.
Contrariamente a Reiser o Cabu (disegnatori forse superiori), da giovane privo di precise idee politiche, attraverso una serie di fortunati incontri oltre a un lavoro su se stesso, Wolinski si muta da importante promessa del fumetto e della satira sulle pagine del mensile satirico Hara Kiri – il giornale “Bête et mechant” (stupido e cattivo) nato nel 1960 che ha rivoluzionato tutto – in editor di genio: prende presto le redini del mensile Charlie Mensuel nato nel 1969 come copia di Linus (se da noi venne scelto dalle strip di Schulz il bimbo che succhiava il pollice, in Francia scelsero invece il bambino malinconico-esistenzialista dalla testa pelata, Charlie Brown).

Oltre agli amatissimi Peanuts, dalla rivista fondata da Giovanni Gandini saranno ripresi tra gli altri Lil’ Abner di Al Capp, Jeff Hawke di Sydney Jordan, Valentina di Guido Crepax, Krazy Kat di George Herriman, Dick Tracy di Chester Gould, Bc di Johnny Hart, Popeye di Elzie C. Segar, La donna seduto di Copi (poi diventato grande autore teatrale), lo statunitense Jules Feiffer, gli argentini Alberto Breccia e Muñoz e Sampayo (Alack Sinner), e poi La Rivolta dei Racchi di Guido Buzzelli, Andy Capp di Reg Smythe (in Italia pubblicato da Eureka).

Sarà anche scopritore di veri talenti come Alex Barbier, Francis Masse (poi diventato autore feticcio per molti, tra cui Art Spiegelman), i fratelli Varenne, e diversi altri. Farà conoscere i fumetti della geniale rivista americana Mad (grande tra l’altro fu l’influenza di Mad, tra gli altri, su Goscinny e Uderzo, creatori di Asterix), nata negli anni cinquanta, e i suoi disegnatori, tra cui quel Will Elder di cui è figlio spirituale.

Sarà poi sceneggiatore di genio con la saga di Paulette (pubblicata in Italia da Alterlinus), fanciulla seminuda che desterà grandi scandali, disegnata dal raffinato disegnatore erotico Georges Pichard: nella fantasiosa e poetica rivisitazione dal sapore rétro del feuilleton francese di fine ottocento-inizio ottocento, si commenta l’attualità, dai beatniks ai golpe d’America latina passando per il Vietnam.

Negli anni ottanta prende la direzione di un altro mensile di fumetti iconoclasta, L’Echo des Savanes, per conto delle edizioni Albin Michel. Anche se altri prenderanno presto il sopravvento riesce a imporre autori italiani come Magnus, Manara, Mattioli, ancora Buzzelli, fugacemente Pazienza (Notte di Carnevale, episodio a colori di Zanardi). Non rimane mai fermo nemmeno come vignettista. Dopo Hara-Kiri, di cui aveva firmato la copertina del primo numero dell’edizione settimanale, è a Charlie Hebdo fin dall’inizio, dirigendolo dal 1970 al 1981, anno di chiusura del giornale, per poi tornarci nuovamente nel 1992 alla riapertura, questa volta sotto la direzione di Philippe Val (nome della casa editrice: Éditions Kalachnikof), a sua volta sostituito nel 2009 da Charb (pseudonimo di Stéphane Charbonnier).

Passa alla stampa d’informazione collaborando con Le Nouvel Observateur, ma è criticato quando passa a l’Humanité, il quotidiano del Partito comunista francese. Più avanti lascia Le Nouvel Observateur per il settimanale popolare Paris Match.

Infine, un elemento sui cui riflettere. Hara-Kiri, giornale all’origine di tutto, sarà censurato e sequestrato innumerevoli volte fino a quando l’ennesimo sequestro – la copertina sulla morte del generale De Gaulle – verrà difeso da tutti, compreso il quotidiano conservatore Le Figaro. Al suo posto viene appunto varato Charlie Hebdo, con quasi gli stessi autori: praticamente il medesimo giornale, ma con un altro nome. A partire da quel momento niente più sequestri.