Mommy: la Palma d’oro?

23 maggio 2014 17:02


Un estratto di *Mommy di Xavier Dolan (in concorso, Canada, 134’)*.

Tanto il formato di [Mommy][1] è striminzito, tanta è, in maniera direttamente proporzionale, l’ampiezza di questo film.

I tre personaggi si agitano come imprigionati nel formato video, o meglio nel formato 1 x 1 del muto, simulando solo a tratti l’estetica approssimativa del video, e mai quella del muto.

Un figlio, una madre, una vicina. Quest’ultima diventa amica intima per la madre e una seconda madre/amore per il figlio.

È un bel film – forse un capolavoro – sul dolore adolescenziale e sul malessere sociale ed esistenziale di tutti, su un mondo contemporaneo che favorisce l’alienazione totale, la nevrosi. Nondimeno, è un’opera intimista sul rapporto tra madre e figlio, tema prediletto dal regista fin dal suo film d’esordio a Cannes, dove nel 2009 presentò, ventenne, J’ai tué ma mère nella sezione Quinzaine des Réalisateurs.

Mommy è un grande film universale e atemporale sulla follia come momento estremo della condizione umana, sul desiderio di umanità, amore e libertà, malgrado tutto e sopra ogni cosa.

È anche un paradigma perfetto sull’assenza di prospettive e di orizzonti reali che un po’ tutti, più o meno a qualsiasi latitudine, percepiamo. Lavorando sulla forma, Xavier Dolan arriva a dare una rappresentazione quasi plastica di questa dimensione cerebrale di alienazione. E lo spettatore si sente quasi soffocato, come se fosse confinato in uno sgabuzzino di punizione, in una prigione mentale, in una camicia di forza.

Il film è figlio diretto del Gus Vant Sant di Gerry, Elephant e Last Days, e si muove nell’orizzonte senza futuro che quella trilogia comunica. Ma, con le atmosfere cittadine e la natura autunnale, richiama anche titoli precedenti del regista di Portland come Belli e dannati, dove l’indimenticabile “ragazzo di vita” interpretato da Joaquin Phoenix soffre di crisi narcolettiche. Dolan non filma mai paesaggi e climi assolati, in stile californiano, ma atmosfere sempre malinconiche. E dopo il capolavoro Laurence anyways (2012), sembra aver abbandonato anche il glamour.


Un’intervista a Dolan, subito dopo l’annuncio della partecipazione di *Mommy a Cannes nella sezione ufficiale.*

Il personaggio del ragazzo, affetto da una sorta di iperattività, aspira a volare, a raggiungere cioè una dimensione poetica dell’esistenza, e in quei momenti nel film si respira poesia. In altre sequenze il ragazzo è una macchina implacabile, aggressiva, e nel suo parlare, nel suo guardare, spaventa. In altri momenti ancora si ride molto, grazie a un parlare sincopato, quasi isterico, e all’incredibile accento canadese: un’accoppiata micidiale che, per la sua forza espressiva e comica, speriamo trovi una resa anche nella versione italiana del film, nel caso di una distribuzione nel nostro paese.

Ma, dietro alla rappresentazione di una certa dimensione psicologica attuale e alla denuncia di come viene affrontata, Mommy è anche una metafora sull’egocentrismo totale, ossessivo, delle ultime generazioni. Ci siamo solo noi con le nostre manie, con il nostro ego e con un’immensa fragilità.


Un altro estratto del film.

Dolan – enfant prodige, gay dichiarato, attore-regista (e sceneggiatore, costumista, produttore, montatore) dei suoi film – per Mommy rimane dietro la macchina da presa, come già in Laurence anyways, e lascia il posto a una giovane scoperta, Olivier Pilon, suo alter ego a cui affida l’espressione anche del rapporto complesso e contraddittorio del regista con la propria madre.

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Una sequenza di *Les amours imaginaires di Dolan (2010).*


Il regista a Cannes nel 2010 per *Les Amours imaginaires, presentato nella sezione Un certain regard (fonte:Herby Tv)*.

Dalla dimensione intimista Mommy si eleva poi a quella sociale e universale. Già nel precedente film del regista, Tom à la ferme, presentato in concorso a Venezia e uscito poche settimane fa nelle sale francesi, c’è una chiara connessione tra elementi esterni e spazio interiore, rappresentata nell’ampiezza degli spazi agricoli canadesi e nella loro alienante piattezza ripetitiva. Dopo uno spazio così immenso reso però vuoto, ristretto e mostruoso, la chiusura finale, onirica, tra le luci della metropoli, prendeva il senso di una liberazione.


Il trailer di *Laurence anyways presentato a Cannes nel 2012 nella sezione Un certain regard*

Il rapporto tra spazi fisici e dimensione psichica è stato magistralmente indagato da Stanley Kubrick in Shining. In Mommy abbiamo “solo” la rappresentazione di un adolescente (s)perduto nella psiche quanto nello spazio fisico di una provincia chiusa e umanamente e culturalmente povera. Il film è ambientato in Canada, ma potrebbe essere girato in molti altri posti che provocano la stessa sensazione di limitatezza e smarrimento, soprattutto in questo momento storico.

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