Alexis Tsipras ad Atene, il 18 luglio 2015.

Un altro referendum per Tsipras

Alexis Tsipras ad Atene, il 18 luglio 2015.
21 agosto 2015 14:56

L’unica vera notizia nell’annuncio delle dimissioni di Alexis Tsipras è la data in cui sono attese le elezioni anticipate, che dovrebbero svolgersi il 20 settembre. Dopo aver perso la sua maggioranza parlamentare ed essere riuscito a far adottare i primi provvedimenti richiesti dall’accordo raggiunto il 12 luglio con i leader dell’eurozona solo grazie al sostegno dell’opposizione, la mossa del premier greco era largamente attesa, come ha commentato il presidente del gruppo di lavoro dell’eurogruppo Thomas Wieser, secondo il quale il programma del terzo bailout non cambia di una virgola.

Se Tsipras ha deciso di accelerare i tempi è probabilmente per il timore che la messa in atto dei termini del bailout possa logorare la sua popolarità, commenta il sito greco Protagon.gr: “Le elezioni si svolgeranno prima che le pensioni vengano tagliate e che venga annunciata la nuova tassa sulla proprietà”, due provvedimenti che contraddicono direttamente gli impegni presi da Syriza in campagna elettorale.

Ma il suo obiettivo principale potrebbe essere cogliere i suoi avversari di sorpresa. Non tanto gli altri partiti, che non costituiscono una vera minaccia, ma l’ala sinistra di Syriza che non ha accettato la capitolazione all’Europa. Tsipras sembra esserci riuscito: il leader della fronda, l’ex ministro dell’energia Panagiotis Lafazanis, ha annunciato la scissione e la creazione di un nuovo partito, Unità popolare. Ma solo 25 deputati lo hanno seguito, e tra questi non ci sono i due volti più noti tra gli antibailout, l’ex ministro delle finanze Yanis Varoufakis e la presidente del parlamento Zoe Konstantopoulou. Senza di loro, e con meno di un mese di tempo per organizzarsi, difficilmente il nuovo partito riuscirà a sottrarre a Tsipras tutti gli elettori di sinistra delusi.

Tsipras può stare tranquillo: l’opposizione è troppo divisa per rappresentare un’alternativa

Con gli ultimi sondaggi che lo danno ancora ben oltre il 30 per cento delle preferenze e un partito purgato dai ribelli, Tsipras dovrebbe ritrovarsi quindi di nuovo al governo dopo le elezioni, e probabilmente in una posizione più salda. L’unica incognita sarà la scelta del partner di coalizione: archiviata l’alleanza con la destra dei Greci indipendenti, dettata solo dal programma anti austerità, la scelta potrebbe cadere sulla sinistra moderata di To Potami.

Ma il quotidiano I Kathimerini vede una sola opzione per garantire la tenuta dell’accordo con la zona euro: la collaborazione con i conservatori di Nea Dimokratia, secondo partito alle ultime elezioni. Probabilmente è quello che si aspettano a Bruxelles e a Berlino, e un risultato simile potrebbe essere ricompensato con la concessione della sospirata ristrutturazione del debito come riconoscimento simbolico che spetta ai “responsabili”.

Questo per Syriza significherebbe di fatto prendere il posto del Pasok, sia nello spettro politico sia nel ruolo istituzionale. Una metamorfosi che potrebbe permettergli di recuperare al centro gli elettori persi a sinistra, ma che si annuncia molto rischiosa alla luce della sorte toccata ai socialisti, praticamente scomparsi dopo aver dominato per decenni la politica greca.

Ma almeno per adesso Tsipras può stare tranquillo: l’opposizione è troppo divisa ed eterogenea per rappresentare un’alternativa e gli eventi degli ultimi mesi hanno dimostrato a tutti che nella politica greca ormai esiste una sola linea, quella tra restare nell’euro e uscirne. In questo senso le prossime elezioni rappresenteranno un altro referendum, che porrà ai greci la questione cruciale che era rimasta fuori da quello del 5 luglio. Per il momento il risultato è scontato. Tra qualche tempo, quando gli effetti del bailout saranno più chiari, potrebbe non esserlo altrettanto, ed è anche per questo che Tsipras ha fretta.

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