Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdoğan a San Pietroburgo, il 9 agosto 2016.

Il dialogo tra Russia e Turchia può cambiare il conflitto siriano

Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdoğan a San Pietroburgo, il 9 agosto 2016.
17 agosto 2016 11:54

Il 9 agosto, quando il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha incontrato Vladimir Putin a San Pietroburgo mettendo ufficialmente fine alla crisi diplomatica provocata nel novembre del 2015 dall’abbattimento di un aereo militare russo alla frontiera tra Turchia e Siria, gli analisti si sono divisi sulle conseguenze che questo clamoroso sviluppo avrebbe avuto sul conflitto siriano.

Per alcuni, il riavvicinamento tra uno dei principali sostenitori dei ribelli e il più potente alleato del governo di Bashar al Assad avrebbe potuto aprire la strada a una soluzione diplomatica. Secondo altri, invece, la Siria non era affatto tra le priorità del dialogo tra Erdoğan e Putin: ai due interessava soprattutto rilanciare il commercio bilaterale per dare ossigeno alle rispettive economie in difficoltà, e dimostrare di avere un’alternativa strategica con cui rispondere ai tentativi di isolamento diplomatico da parte dell’occidente.

La sostanza dietro le apparenze

Considerando la spregiudicatezza di cui Mosca e Ankara hanno dato prova negli ultimi anni in politica estera, lo scetticismo può sembrare più che giustificato. Ma alcuni elementi sembrano suggerire che dietro le apparenze possa esserci della sostanza. Il 12 agosto il ministro degli esteri iraniano Javad Zarif si è recato in visita ad Ankara, dove ha discusso di cooperazione economica ma anche della ricerca di una soluzione al conflitto siriano, in cui l’Iran è fin dall’inizio il più strenuo sostenitore di Assad.

E soprattutto, il 15 agosto il primo ministro turco Binali Yıldırım ha ufficialmente proposto una road map per la Siria in cui, per la prima volta, Ankara sembra rinunciare alla precondizione che Assad non abbia nessun ruolo nella transizione politica, una richiesta che finora è stata l’ostacolo contro cui si sono infranti tutti i tentativi di mediazione diplomatica.

Yıldırım ha sottolineato più volte che l’obiettivo della sua proposta, basata su una formula in cui nessun gruppo etnico o religioso dovrebbe avere la preminenza sugli altri, è “salvaguardare l’integrità territoriale della Siria”, ed è proprio questa la chiave del nuovo atteggiamento della Turchia. Strappando Manbij al gruppo Stato islamico (Is), le milizie curde dell’Ypg hanno fatto un passo decisivo verso l’unificazione delle aree sotto il loro controllo nel nord della Siria e la conquista di un’autonomia di fatto che, se il conflitto proseguisse, potrebbe consolidarsi fino a diventare irreversibile.

Evitare la nascita di uno stato curdo in Siria è la priorità strategica di Ankara, ben più importante del rovesciamento di Assad, ma è anche un obiettivo dell’Iran, che da anni cerca di reprimere i suoi indipendentisti curdi, e potrebbe essere la base su cui costruire un dialogo.

Questo metterebbe la Turchia in rotta di collisione con gli Stati Uniti, che considerano l’Ypg il loro principale alleato nella lotta allo Stato islamico e vedrebbero in un Kurdistan siriano una base affidabile da cui condurre le loro future operazioni in Medio Oriente. Dopo il tentato colpo di stato del 15 luglio, di cui Erdoğan ha incolpato l’“agente della Cia” Fethullah Gülen, i rapporti tra Ankara e Washington sono ai minimi storici, e l’offensiva su Manbij ha violato un’altra linea rossa. La Turchia ha chiesto agli Stati Uniti di fare pressione sull’Ypg perché si ritiri a est dell’Eufrate, ma le milizie curde sembrano intenzionate a proseguire la loro avanzata verso Al Bab.

E qui entra in gioco il riavvicinamento con la Russia. Se la situazione dovesse precipitare e la Turchia decidesse di fermare l’avanzata curda con la forza, non potrebbe ricorrere all’artiglieria come ha fatto finora nelle aree più vicine al confine, ma sarebbe costretta a usare l’aviazione. Per questo servirebbe l’assenso di Mosca, che nel nordovest della Siria ha installato i suoi più moderni sistemi antiaerei. Non a caso, il giorno dopo l’incontro di San Pietroburgo il ministro degli esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu ha dichiarato che l’aviazione turca potrebbe riprendere a operare in territorio siriano in coordinamento con quella russa “contro lo Stato islamico”, ma gli obiettivi potrebbero cambiare rapidamente.

Un tradimento russo nei confronti dell’Ypg, che Mosca ha sostenuto quando l’obiettivo era provocare la Turchia e mettere i bastoni tra le ruote alla strategia statunitense, rischierebbe di far saltare la tregua di fatto tra i curdi e l’esercito siriano che ha permesso a entrambi di concentrarsi sui loro nemici più pericolosi, lo Stato islamico e il Fronte al nusra (recentemente ribattezzato Jabhat fateh al Sham). Ma probabilmente la Russia calcola che i curdi non siano nella posizione di esporsi su troppi fronti, e la contropartita che otterrebbe sarebbe enorme.

È un piano azzardato e con molteplici incognite, ma che potrebbe produrre un risultato clamoroso

Mosca ha infatti chiesto alla Turchia di chiudere i valichi di frontiera che collegano il suo territorio alla provincia siriana di Idlib, principale roccaforte dei ribelli. Questo significherebbe tagliare l’unica linea di rifornimento attraverso cui l’Arabia Saudita e il Qatar sostengono Jabhat fateh al Sham e gli altri gruppi sunniti, che non potrebbero resistere a lungo all’isolamento.

A quel punto la road map proposta dalla Turchia potrebbe essere applicata, i curdi dovrebbero accontentarsi di un’autonomia limitata e Assad, o chi per lui, si giocherebbe le sue carte nella transizione. La Russia manterrebbe la sua base militare a Hmeimim, nel nordovest della Siria, la cui concessione è stata rinnovata a tempo indefinito e dove sono appena cominciati i lavori per renderla in grado di ospitare una guarnigione permanente. Soprattutto, si districherebbe dall’intervento in Siria a testa alta prima che alla Casa Bianca s’insedi un’amministrazione Clinton che si preannuncia molto più bellicosa del suo predecessore.

È un piano azzardato e con molteplici incognite, come quelli a cui la politica estera russa ci ha abituato negli ultimi anni, ma che potrebbe produrre un risultato clamoroso. Oppure potrebbe essere solo fumo negli occhi, e il riavvicinamento tra Russia e Turchia e l’ipotetico asse Mosca-Teheran-Ankara un modo per migliorare la posizione negoziale nel rapporto con l’occidente, che resta la priorità di entrambi i paesi. Solo il tempo ce lo dirà, e la visita del vicepresidente statunitense Joe Biden ad Ankara, prevista per il 24 agosto, potrebbe già dare qualche risposta.

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