Doveva essere un tiepido venticello estivo che non poteva provocare che un leggero fruscio nel fogliame della politica. Elezioni municipali di interesse molto limitato. Giusto per dare qualche indicazione. Resisterà Alemanno a Roma? La Lega riuscirà conservare la roccaforte Treviso?
Invece le elezioni si sono rivelati uno tsunami che rischia di scombussolare profondamente i partiti italiani. Ne sono rimasti coinvolti tre fondatori di partiti profondamente diversi, ma con atteggiamenti molto simili: autoritari e populisti, allergici alle critiche. Tre che si ritengono insostituibili: Beppe Grillo, Silvio Berlusconi e Umberto Bossi.
Certamente non era il tipo di tsunami sognato da Grillo. Infatti è proprio il Movimento 5 stelle a pagare il prezzo più alto. Difficilmente riuscirà a sopravvivere senza scissioni. La sconfitta elettorale fa scivolare il movimento dei cittadini in una fatale spirale di espulsioni, recriminazioni e insulti reciproci dalla quale uscirà fortemente ridimensionato nella propria consistenza e credibilità.
La Lega nord non è messa molto meglio. Dopo la Caporetto in dieci ballottaggi su dieci rischia grosso. Ma, a differenza dell’M5s, già alle politiche il declino si delineava in modo inconfutabile. Anche qui si combatte a colpi di espulsioni. Roberto Maroni minaccia di cacciare il fondatore Umberto Bossi che da settimane chiede la sua testa, accusandolo di fallimento. Maroni sogna un’inversione di rotta: “Dobbiamo tornare a riempire le piazze. Siamo gli unici che possono farlo e recuperare i voti di Grillo”.
Invece, come nell’M5s, è l’ora dei veleni. Maroni si vede addirittura trascinato in tribunale da un gruppo di ultrà bossiani che invocano una sentenza per violazione dello statuto. Altri, come l’ex capogruppo Reguzzoni, si scandalizzano per la richiesta di espellere il vecchio leader ormai solitario: “Sarebbe come buttare Gesù fuori dalla chiesa”. Toni da guerra civile che hanno convinto Maroni a congelare il congresso già fissato.
Anche nel Pdl la sconfitta ha causato malessere e fibrillazioni e rischia di avere una coda avvelenata. Silvio Berlusconi, arrabbiato per la batosta di Roma, ha deciso di tornare a Forza Italia e mollare la componente proveniente da Alleanza nazionale. Dopo due decenni il partito a giorni lascerà la sede di via dell’Umiltà: è la fine di un’era. L’idea del Cavaliere di affidare il partito a livello locale a imprenditori semina il panico tra eterni politicanti come Fabrizio Cicchitto, Sandro Bondi e Maurizio Gasparri, che temono anche la concorrenza di Daniela Santanchè. Più che mai il partito è nelle mani del Cavaliere che tra pochi mesi compie 77 anni.
Spaesata anche la destra, dopo la debacle della roccaforte Roma e lo sfratto da parte del Cavaliere. Il 4 luglio gli ex colonelli di Alleanza nazionale faranno un tentativo di trovare una nuova identità e un nuovo soggetto politico che potrebbe ospitare le varie anime della destra, da Storace a La Russa, da Alemanno a Bocchino. Operazione difficile e in odore di nostalgia, ma resa appetibile dal tesoro della fondazione di An, stimato in oltre 300 milioni di euro.
Neppure il Partito democratico, indiscusso vincitore delle amministrative, ha motivi di festeggiare. La proposta di Pier Luigi Bersani di un “governo di cambiamento” ha riacceso le polemiche tra le diverse anime del partito immerse in un’eterna resa dei conti. Il nome del nuovo segretario rimane nel buio.
Infine Mario Monti. Dopo l’insuccesso di Scelta civica il professore che aveva lamentato “la monotonia del posto fisso” ha voltato le spalle alla politica ed è tornato a fare il presidente della Bocconi.
Così delle amministrative apparentemente innocue hanno fatto precipitare la politica in un grande cantiere dall’esito incerto.
In che forma riusciranno a sopravvivere l’M5s e la Lega? A chi andranno i voti persi da loro? Fino a che punto il Cavaliere potrà tirare avanti da monarca? Unica sicurezza: in attesa di risposte convincenti cresceranno l’astensionismo e la disaffezione dei cittadini per la politica.
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