Palestinesi lanciano pietre contro la polizia israeliana durante gli scontri a Shuafat, un quartiere arabo di Gerusalemme, il 5 ottobre 2015. (Ammar Awad, Reuters/Contrasto)

I motivi della rabbia palestinese

Palestinesi lanciano pietre contro la polizia israeliana durante gli scontri a Shuafat, un quartiere arabo di Gerusalemme, il 5 ottobre 2015. (Ammar Awad, Reuters/Contrasto)
08 ottobre 2015 17:39

Dopo la propaganda mediatica, l’istigazione alla violenza, la follia, il lavaggio del cervello e il vittimismo degli scorsi giorni, la domanda più semplice riemerge con tutta la sua forza: chi ha ragione?

Nell’arsenale a disposizione d’Israele non rimangono più argomentazioni valide, niente che una persona per bene potrebbe prendere per buono. Anche il mahatma Gandhi comprenderebbe le ragioni dietro a questa esplosione di violenza da parte dei palestinesi. Anche chi rifiuta la violenza, considerandola immorale e inutile, non può fare a meno di capire il perché delle sue periodiche esplosioni. La vera domanda, anzi, è perché la violenza non esploda più di frequente.

Che si tratti di capire chi abbia cominciato o chi sia il colpevole, il dito è puntato, a ragione, solo e soltanto verso Israele. I palestinesi non sono esenti da colpe, ma la principale responsabilità ricade su Israele. Fino a quando Israele non farà qualcosa per alleggerire questa sua responsabilità, non esisteranno le condizioni perché possa avanzare la benché minima richiesta nei confronti dei palestinesi. Tutto il resto non è altro che falsa propaganda.

Come ha scritto recentemente l’attivista palestinese Hanan Ashrawi, i palestinesi sono l’unico popolo sulla terra a cui è chiesto di garantire la sicurezza degli occupanti, mentre Israele è l’unico paese che esige di essere protetto dalle proprie vittime. Come possiamo rispondere?

In un’intervista a Haaretz, il presidente palestinese Abu Mazen ha formulato questa domanda: “Come pensate che reagiscano i palestinesi dopo che l’adolescente Mohammed Abu Khdeir è stato bruciato, che la casa della famiglia Dawabsheh è stata data alle fiamme, dopo le aggressioni da parte dei coloni e il danneggiamento delle loro proprietà sotto gli occhi dei soldati?”. E da che pulpito possiamo rispondere? Ai cent’anni di espropri e ai cinquanta di oppressione possiamo aggiungere gli ultimi anni, segnati dall’inaccettabile arroganza degli israeliani che, una volta ancora, sta esplodendo proprio davanti a noi.

I palestinesi non sono esenti da colpe, ma la principale responsabilità ricade su Israele

Sono stati anni nei quali Israele ha pensato di poter fare i suoi comodi senza mai pagarne il prezzo. Ha pensato che il ministro della difesa potesse vantarsi di conoscere l’identità degli assassini dei Dawabsheh senza arrestarli, tanto i palestinesi si sarebbero trattenuti. Ha pensato che quasi ogni settimana un bambino o un adolescente potessero essere uccisi dai suoi soldati, tanto i palestinesi non avrebbero reagito. Ha pensato che i dirigenti militari e politici potessero coprire dei crimini senza che nessuno fosse incriminato. Ha pensato che le case potessero essere demolite, i pastori cacciati e che i palestinesi lo avrebbero umilmente accettato. Ha pensato che dei coloni delinquenti potessero danneggiare, bruciare e agire come se le proprietà dei palestinesi fossero le loro, tanto questi ultimi avrebbero chinato il capo.

Ha pensato che i soldati israeliani potessero fare irruzione nelle case dei palestinesi ogni notte, terrorizzando, umiliando e arrestando delle persone. Che centinaia di persone potessero essere arrestate senza processo. Che lo Shin Bet, i servizi segreti, potesse ricominciare a torturare con dei metodi ereditata da Satana. Ha pensato che le persone che facevano lo sciopero della fame e i prigionieri rilasciati potessero essere nuovamente arrestati, spesso senza motivo. Che ogni due o tre anni Israele potesse distruggere Gaza, tanto questa si sarebbe arresa e la Cisgiordania sarebbe rimasta tranquilla. Che l’opinione pubblica israeliana avrebbe applaudito tutto questo, acclamandolo nei casi migliori o esigendo altro sangue palestinese in quelli peggiori, con una sete che è difficile comprendere. E i palestinesi, tanto, avrebbero perdonato tutto.

Questa situazione potrebbe andare avanti per molti altri anni: Israele è più forte che mai. L’occidente è indifferente e gli permette di agire indisturbato. I palestinesi, nel frattempo, si sono fatti deboli, divisi, isolati e feriti come mai sono stati dai tempi della Nakba.

Questa situazione può andare avanti per molti anni: Israele è più forte che mai e l’occidente è indifferente

Insomma, tutto ciò potrebbe andare avanti perché Israele è in grado di farlo, e la gente vuole che lo faccia. Nessuno cercherà di fermarlo, se non l’opinione pubblica internazionale, che Israele respinge bollandola come odio antiebraico.

E non abbiamo detto una parola sull’occupazione stessa e sull’impossibilità di mettervi fine. Siamo stanchi. Non abbiamo detto una parola sull’ingiustizia del 1948, che avrebbe dovuto chiudersi lì e invece è ripresa con forza anche maggiore nel 1967, continuando senza che se ne intraveda la fine. Non abbiamo parlato del diritto internazionale, della giustizia naturale e della morale umana, nessuno dei quali può accettare, in nessun modo, quel che sta succedendo.

Quando si osservano dei giovani che uccidono dei coloni, lanciano bombe incendiarie verso i soldati o scagliano pietre contro gli israeliani, bisogna ricordare che questo è il contesto. Per ignorarlo, occorrono grandi dosi di ottusità, ignoranza, nazionalismo o arroganza, o di una somma di tutte queste cose.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano israeliano Haaretz.

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