12 dicembre 2013 00:00

Non c’è bisogno di arrivare fino in Bangladesh per trovare le fabbriche dove migliaia di persone producono magliette e jeans in condizioni impossibili. E non c’è neanche bisogno di arrivare fino a Rosarno per trovare lavoratori ridotti in schiavitù. A due ore di treno dalla capitale, a poco più di tre ore da Milano, a venti minuti da Firenze, c’è la terza città cinese d’Europa dopo Londra e Parigi.

Le fabbriche cinesi in Italia le aveva già raccontate tanti anni fa Roberto Saviano in Gomorra, quindi non sono una scoperta. Né sorprende che possa succedere quello che è successo a Prato domenica 1 dicembre, quando sette persone sono morte in un incendio nella zona industriale del Macrolotto. Quello che invece è stupefacente (o che dovrebbe esserlo) è che il sindaco, Roberto Cenni, non sappia quanti sono i cinesi che lavorano e vivono nella sua città: “Ufficialmente 16mila, in realtà fra i 20mila e i 40mila – ma il console una volta si è lasciato sfuggire che secondo loro sono 50mila” (“I bottoni di Prato”, Adriano Sofri, la Repubblica, 2 dicembre 2013). Come se un sindaco non dovesse considerare suoi cittadini tutti quelli che vivono nel suo comune, indipendentemente dal loro passaporto e dal fatto che abbiano o no i documenti in regola.

“Questa iperbolica incertezza”, scrive Adriano Sofri, “coincide con una extraterritorialità crescente: è come, dice Enrico Rossi, se il tessile di Prato, e tutta la città, capannoni negozi e appartamenti, si fossero delocalizzati segnando il passo, restando dove erano, in una Cina domestica. Che lavora 15 o 16 ore al giorno se va bene, che viene pagata abbastanza da produrre un cappotto di marca a 19 euro, così che i clienti europei del prêt-à-porter possano comprarselo a 100 o 200”.

Sarebbe bello se il nuovo segretario del più importante partito di centrosinistra avesse voglia di partire proprio da qui, dalle Rosarno, dalle Lampedusa, dalle Prato di tutta Italia. E dire che, tanto per cominciare, tutti gli uomini, le donne e i bambini che ci vivono hanno, per il semplice fatto di viverci, gli stessi diritti.