06 febbraio 2020 13:31

“Perché l’America odia i suoi bambini?”, si chiedeva l’economista Paul Krugman sul New York Times all’inizio dell’anno. In qualunque parte del mondo, il fatto che ci siano dei bambini che vivono in condizioni di povertà è grave. Ma quando questo succede in paesi ricchi come gli Stati Uniti è scandaloso.

Malgrado un reddito pro capite tra i più alti del mondo (62.795 dollari) e un prodotto interno lordo stellare (21mila miliardi di dollari), i bambini che negli Stati Uniti vivono sotto la soglia di povertà sono 11,9 milioni, il 16,2 per cento dei bambini del paese. E se consideriamo tutti gli statunitensi che vivono sotto la soglia di povertà, i bambini sono un terzo. Questi numeri sono leggermente migliori rispetto a quelli di qualche anno fa, ma è dal confronto con il resto del mondo che il paese esce davvero male.

Tra le 42 nazioni industrializzate prese in considerazione dall’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, gli Stati Uniti sono all’undicesimo posto tra quelle con il più alto tasso di povertà infantile. Nell’indice The end of childhood di Save the children, che tiene conto di diversi fattori tra cui la povertà, gli Stati Uniti sono tra Russia e Bielorussia, al trentaseiesimo posto e dietro quasi tutti i paesi dell’Europa occidentale.

“Il problema è politico, non economico”, scrive il politologo Rajan Menon su TomDispatch. Perché è una questione di distribuzione delle risorse, di scelte nel campo dell’istruzione, dell’alimentazione, delle infrastrutture, delle politiche abitative. A cui si aggiunge un’evidente componente razziale: tra i bambini afroamericani il tasso di povertà è del 17,8 per cento, tra quelli ispanici del 21,7, tra i bambini bianchi è del 7,9 per cento. “Chiunque sarà il candidato o la candidata del Partito democratico”, dice Krugman, “spero che darà la giusta attenzione al vergognoso trattamento dei nostri bambini”.

Questo articolo è uscito sul numero 1344 di Internazionale. Compra questo numero|Abbonati