04 giugno 2020 12:50

Claudia Rankine è una poeta statunitense di origini giamaicane. Questa sua poesia si intitola Fermo e perquisizione ed è tratta da Citizen, pubblicato in Italia da 66thand2nd.

Sapevo che qualunque cosa stesse accadendo di fronte a me stava accadendo davvero e poi la macchina della polizia mi ha inchiodato davanti con uno stridore di freni come per formare un posto di blocco. Luci che lampeggiavano dappertutto, una sirena risuonava e il frastuono aumentava. Faccia a terra. Faccia a terra subito. A quel punto ho capito.
E non sei tu la persona e tuttavia corrispondi alla descrizione perché c’è un’unica persona che è sempre la persona che corrisponde alla descrizione.
Ho lasciato la casa del mio cliente sapendo che mi avrebbero fermato. Lo sapevo. Lo sapevo e basta. Ho aperto la mia ventiquattrore sul sedile del passeggero, in modo che potessero vedere. Sì agente mi stava sulla punta della lingua, e saliva da un campanello che non avrebbe mai potuto suonare perché la sua emergenza era un rintocco che dovevo ingoiare.
In un paesaggio estratto dal letto di un oceano, non ce la fai a restare padrone di te − piangi tanta è la rabbia. Non ce la fai a restare padrone di te. Queste azioni sfibrano una persona. Quello che facciamo ti sfibra e tuttavia non sei tu quella persona.
Poi lampi di luce, una sirena, un frastuono crescente − e non sei tu la persona e tuttavia corrispondi alla descrizione perché c’è un’unica persona che è sempre la persona che corrisponde alla descrizione.
Faccia a terra. Faccia a terra subito. Probabilmente andavo troppo veloce. No, non andavi veloce. Non andavo veloce? Non hai fatto niente di male. Allora perché mi avete fermato? Perché sono stato fermato? Metti le mani bene in vista. Su le mani. Mani in alto.
Poi vieni steso sul cofano. Poi ammanettato. Faccia a terra subito.

Ogni volta comincia allo stesso modo, non comincia allo stesso modo, ogni volta che comincia è la stessa storia. Lampi di luce, una sirena, il frastuono crescente—
Forse perché le mie parti erano un quartiere che l’agente non poteva permettersi, non che ci volesse un motivo, sono stato trascinato fuori dalla macchina a un isolato di distanza dalla porta di casa, ammanettato e spinto sul sedile posteriore della macchina della polizia, con il ginocchio dell’agente che mi premeva sulla clavicola, l’alito caldo dell’agente che disertava un volto increspato dal sorriso del suo divertimento privato.
Ogni volta comincia allo stesso modo, non comincia allo stesso modo, ogni volta che comincia è la stessa storia.
Forza colpiscimi figlio di puttana si lasciano sfuggire le mie labbra e l’agente non aveva bisogno di colpirmi, l’agente non voleva niente da me tranne l’espressione che avevo sul viso durante il tragitto in macchina attraverso la città. Non ce la fai a restare padrone di te. Non sei pazzo. Quello che facciamo ti sfibra. Non sei tu la persona.
Sembra così. Lo sai che è sbagliato. Non è come sembra. Devi stare calmo. È sbagliato. Adesso tieni la bocca chiusa. Sembra così. Perché parli se non hai fatto niente di male?
E non sei tu la persona e tuttavia corrispondi alla descrizione perché c’è un’unica persona che è sempre la persona che corrisponde alla descrizione.

In un paesaggio estratto dal letto di un oceano, non ce la fai a restare padrone di te − non ce la fai a restare padrone di te tanta è la rabbia.
L’accusa per cui l’agente ha optato è eccesso di velocità. Mi è stato detto, dopo il rilevamento delle impronte digitali, di rimanere in piedi nudo. Sono rimasto in piedi nudo. Solo dopo mi è stato ordinato di rivestirmi, di andarmene, di farmi a piedi tutti quei chilometri per tornare a casa.
E ancora non sei tu la persona e tuttavia corrispondi alla descrizione perché c’è un’unica persona che è sempre la persona che corrisponde alla descrizione.

Questo articolo è uscito sul numero 1361 di Internazionale. Compra questo numero|Abbonati