05 dicembre 2016 15:30

Il “caso Eastwood” è forse più semplice di come lo si racconta. Ha rifiutato in gioventù l’estro e la furia di Peckinpah, la misura e la tensione di Penn, nutrite di morali forti, non accettanti un’idea conservatrice e bigotta degli Stati Uniti, ma anche l’alto manierismo del regista che lo ha più di tutti portato al successo come attore, Sergio Leone, e ha preferito l’insegnamento di Don Siegel di un cinema ancora classico e basato su solide sceneggiature, e alla fine, come per Siegel, i suoi film valgono quanto valgono le sue sceneggiature, con la differenza che è però lui a sceglierle e non sono le produzioni a imporgliele. E che, numericamente, i film di Siegel che ancora si godono sono molto più numerosi di quelli di Eastwood.

Il fascino esercitato dai suoi film sulla critica degli anni scorsi veniva anche da questa fedeltà a un modello classico di regia e di regista, però aggiornato nei temi e dentro il tempo mutevole di un’America in rapida mutazione nella quale Eastwood, presto milionario, ha scelto senza esitazioni la parte della destra più ottusa, da, si può dire, eternamente “trumpiano”.

È curioso, per quanto riguarda la critica italiana, che i suoi più fedeli ammiratori, anzi esaltatori, si siano espressi non sui mezzi d’informazione della destra bensì su quelli della sinistra, a dimostrazione della confusione, ancor più morale che ideologica, della sinistra, quella stessa confusione che l’ha portata alla sua perdita di identità e credibilità.

Per visualizzare questo contenuto, accetta i cookie di tipo marketing.

Eastwood, ottimo regista, non è ugualmente un’ottima mente e un ottimo cuore. Non è la prima volta che succede, anche nel cinema, basta saper distinguere il film dal regista, il romanzo dall’autore. E vale dai tempi di Balzac. Ha diretto, con ottime sceneggiature, due ottimi e memorabili film, Gli spietati e Mystic river, ma nel mucchio di una trentina che ha diretto sempre impeccabilmente, quelli venuti prima forse con più passione degli ultimi. Lo ripeto, non è solo questione di ideologia, John Ford ha diretto meravigliosi film professionalmente ineccepibili e spesso “reazionari”, tra i quali una dozzina e più di capolavori, e mai godendo della libertà di cui, mutati i tempi, Eastwood ha potuto godere.

Le costanti del primo, un umanesimo e un “populismo” convinti (di quando c’era un popolo a cui riferirsi e di cui sentirsi cantore); quelle del secondo, per ciò che è possibile ricavare dall’occasionalità dei progetti, un individualismo generico che accetta la brutalità della società e la condivide e che, al più, sceglie come suoi eroi uomini comuni che, come nel caso del vecchio Hawks (altro “reazionario” molto rappresentativo e spesso formidabile), fanno bene il proprio lavoro. Proprio come il Sully dell’ultimo film.

La sceneggiatura di Sully è troppo spesso inerte e noiosa (l’azione è scarsa, le retoriche processuali esuberanti, le psicologie a una sola dimensione), e la regia è sempre prevedibilmente corretta. Che poi si tratti di un film, come tanti e troppi, il cui soggetto è “una storia vera”, non conta poi molto, se non per una battuta – una – che, trattando di un evento del 2009, allude ad altri aerei su e dentro New York. Tutto è ricostruito e mai niente sa di documento, di documentario. Sully è in definitiva un film noioso e superfluo, con un Tom Hanks talmente dentro il suo ruolo di uomo comune che sa però essere eroe da sembrare molto più comune del vero Sully, che si vede per qualche secondo nei titoli di coda.