11 novembre 2020 17:34

Nicola Lagioia
La città dei vivi
Einaudi, 464 pagine, 22 euro

È un romanzo ponderoso e ambizioso che ha come vera protagonista la città di Roma, perlustrata a partire da un atroce fatto di cronaca di quattro anni fa, quando due giovani ne uccisero un terzo dopo averlo seviziato, e le differenze di classe e cultura fra i tre erano relative. Il caso attirò un’estrema attenzione mediatica, contemporanea a quella su Mafia capitale. Lagioia tenta due strade congiunte, l’interrogazione etica e lo scavo sociologico, che infine prevale. Ha visto e parlato con tutte, forse, le persone implicate nel caso, ragionando infine su Roma, diversità e miseria, fascino (storia, arte e nonostante tutto una feroce vitalità) e laidezza (un brutto concentrato dell’Italia di oggi).

Nella prima metà del libro, la più bella e necessaria, vola sopra Roma confrontandosi con il problema del male nel mondo di oggi e di sempre (e come nel capolavoro di Robert Bresson, spunta anche qui “il diavolo, probabilmente”). Pagine insolite e alte premono verso il grande romanzo dostoevskiano mentre nelle ultime sezioni in cui il libro è diviso tornano pesantemente alla sociologia. Lagioia si mette in gioco come narratore totale, ma da giornalista più che da poeta. Fedele però al non giudicare evangelico e tentando di capire anche il fondo e l’incomprensibile, quanto c’è di più radicalmente inquietante nell’uomo di oggi, nei giovani di oggi.

Questo articolo è uscito sul numero 1383 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati