12 gennaio 2021 13:23

Il triage, cioè lo smistamento dei pazienti in base alla loro gravità, è sempre stata una procedura grezza e disordinata, in cui possono esserci degli errori. L’obiettivo del triage è quello di salvare il maggior numero possibile di vite nel caso di un’emergenza in cui non ci sono abbastanza risorse mediche per salvare tutti. Questa definizione, evidentemente, si applica bene alla pandemia di covid-19. Di sicuro negli ospedali di tutto il mondo si sta cercando di trovare un modo di stabilire chi abbia la precedenza sugli altri.

Ma nel Regno Unito qualcosa di simile al triage sta accadendo anche a proposito dei vaccini. Lo stimabile dottor Anthony Fauci, direttore dell’Istituto nazionale per la allergie e le malattie infettive degli Stati Uniti per quasi metà della sua vita, lo ha denunciato alla stampa qualche giorno fa. Però stavolta potrebbe sbagliarsi.

Il mese scorso, quando il vaccino Pfizer-Biontech è diventato disponibile (l’8 dicembre), il Regno Unito è stato uno dei primi paesi a cominciare a vaccinare la popolazione, e di recente è diventato il primo ad amministrare il vaccino AstraZeneca. Entrambi i vaccini richiedono una seconda dose tre settimane dopo la prima.

Fuori controllo
Il paese è però l’epicentro della nuova variante del virus, chiamata “romanticamente” VUI/202012/01 (o anche B.1.1.7). Più della metà dei casi registrati nel mondo proviene dal Regno Unito. Il motivo per cui la nuova variante si sta diffondendo così rapidamente è la sua elevata contagiosità, forse tripla rispetto alla vecchia.

Nel Regno Unito il numero di contagi quotidiani è triplicato nelle ultime tre settimane e ormai supera regolarmente quota sessantamila. I decessi da covid-19 sono stabilmente più di mille al giorno. Questi numeri potrebbero restare invariati fino a quando una percentuale sufficiente della popolazione non sarà vaccinata. Di conseguenza è evidente che aumentando il ritmo delle vaccinazioni sarebbe possibile ridurre il numero di persone che moriranno o manifesteranno i sintomi del “covid lungo”.

Il chief medical officer dell’Inghilterra, consigliere del governo in materia di sanità, il professor Chris Whitty, e i suoi omologhi in Scozia, Galles e Irlanda del Nord hanno preso un’importante e coraggiosa decisione: hanno annunciato che per tutti quelli che non hanno ancora ricevuto la seconda dose, ovvero quasi l’intera popolazione del paese, il richiamo sarà posticipato e sarà fatto dopo dodici settimane.

Alcuni ricercatori sostengono che sia addirittura meglio somministrare la seconda dose più tardi

Il vantaggio di questo procedimento è ovvio. A prescindere dal ritmo delle vaccinazioni, evitando di dedicare metà delle risorse alla seconda dose sarà possibile gestire il doppio dei pazienti.

Nel Regno Unito governato da Boris Johnson il risultato potrebbe non essere migliore rispetto a quello del patetico programma di vaccinazione “super veloce” annunciato negli Stati Uniti da Donald Trump, che aveva promesso venti milioni di somministrazioni entro la fine di dicembre e non ha superato i quattro milioni.

Dai colpevoli ritardi nell’imposizione del lockdown al caotico programma di tracciamento (che ancora non funziona), il governo britannico ha fallito ripetutamente. Il Regno Unito è ancora leggermente in vantaggio sugli Stati Uniti per l’ambito titolo di secondo paese per tasso di mortalità da covid-19 tra quelli sviluppati (l’Italia è ancora saldamente in testa). Tutto questo, però, rappresenta un ulteriore motivo per accelerare il ritmo delle vaccinazioni.

Naturalmente lo svantaggio di questo metodo “una somministrazione ora, l’altra dopo dodici settimane” è che nessuno otterrà la protezione totale che sarebbe garantita dalla seconda dose dopo appena tre settimane. O almeno questa è l’opinione corrente. Alcuni ricercatori, infatti, sostengono che sia addirittura meglio somministrare la seconda dose più tardi.

Tra questi c’è il professor Andrew Pollard, del Comitato congiunto del Regno Unito sulla vaccinazione e l’immunizzazione. “Facendo trascorrere un periodo di tempo più lungo tra la prima e la seconda dose, la forza del richiamo tende a essere maggiore. È ciò che abbiamo verificato con quasi tutti i vaccini mai testati”, ha dichiarato al Guardian.

In questo approccio c’è sicuramente un elemento legato al triage. Alcune persone private della seconda dose nei tempi programmati potrebbero contrarre il virus e morire durante le dodici settimane di attesa per il rischiamo. Ma al contempo un numero molto maggiore di persone eviterà la morte da covid-19 perché le prime dosi di vaccino somministrate saranno state il doppio.

In questo momento diversi portavoce delle case farmaceutiche che hanno prodotto i vaccini sottolineano pubblicamente che “non esiste alcuna prova” del fatto che una singola dose possa garantire una protezione per più di tre settimane. Ma si tratta di una constatazione scontata. Tutti i test sono stati effettuati con un richiamo dopo tre settimane, dunque non potrebbero dichiarare altrimenti.

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Al contempo è altrettanto vero (e molto più importante) che non esistono prove del fatto che la protezione decada dopo tre settimane. Gli avvocati hanno consigliato ai portavoce di rilasciare quelle dichiarazioni per proteggere le aziende da possibili denunce. Ma se davvero la protezione della prima dose decadesse così rapidamente, sarebbe un fatto quasi senza precedenti nella storia dei vaccini. Non è così che funzionano.

L’efficacia a breve termine della prima dose del vaccino Pfizer-Biontech è intorno al 90 per cento, mentre per quello di AstraZeneca è del 70 per cento. Come ha dichiarato il professor Pollard, “trascorse le prime tre settimane dalla prima dose, finora nessuna persona vaccinata è stata ricoverata in ospedale o ha sviluppato una malattia grave”.

Nel contesto di una pandemia le misure radicali come questa diventano buon senso, e altri dovrebbero prendere nota.

(Traduzione di Andrea Sparacino)