Dati della strage di Lampedusa, aggiornati alla sera del 9 ottobre:
Sopravvissuti: 155, di cui 6 donne e 2 bambini.
Morti: 302, di cui 83 donne e 9 bambini.
Dispersi: tra 60 e 80.
Con le barriere che mettiamo all’ingresso dei migranti in Europa operiamo una selezione naturale, un darwinismo del mare. Sopravvive solo chi sa nuotare e chi ha le forze per stare in mare tre ore e anche più. Guardando la proporzione di donne tra i dispersi e tra i morti, le cifre ci dicono chiaramente che le donne su quella maledetta barca affondata al largo di Lampedusa avevano all’incirca una possibilità su 20 di farcela.
Chi ha detto che il romanzo/film Hunger games è solo fantascienza? Una lotta per la vita, mors tua vita mea, del tutto simile a quello inventato dall’autrice Suzanne Collins, si sta svolgendo alle porte del nostro continente ed è uno spettacolo a cui possiamo assistere ogni giorno, grazie a internet e ai telegiornali. Ma c’è un altro aspetto di Hunger games che ricorre in questa storia: quello della differenza tra poveri e ricchi. Quelli stipati nella stiva della barca affondata il 3 ottobre (molti dei quali sono stati trovati dai sommozzatori abbracciati l’uno all’altro) erano quelli che pagavano di meno, quelli che non potevano permettersi i 500 dollari per viaggiare in coperta.
Si sono succedute e accavallate in questi giorni le visite doverose a Lampedusa di esponenti politici italiani ed europei (ho un amico fotografo che è bloccato sull’isola a causa di quest’affluenza istituzionale, che fa incetta dei pochi posti disponibili sui pochi voli). Dopo il commento giustissimo del sindaco di Lampedusa, Giusy Nicolini, che ha polemizzato dicendo “se devono venire a Lampedusa solo per fare le condoglianze possono mandare un’email”, tutti sono arrivati con una piccola offerta.
Da parte di Cécile Kyenge, la promessa di rivedere la legge Bossi-Fini; da parte di Enrico Letta, i funerali di stato per le vittime; da parte di Cecilia Malmström, commissario europeo agli affari interni, l’impegno a potenziare le operazioni Frontex di ricerca e intercettazione in mare; da parte di José Manuel Barroso, presidente della Commissione europea, la promessa di mettere a disposizione dell’Italia altri fondi (fino a 30 milioni di euro) per affrontare l’emergenza profughi.
Non metto in discussione la sincerità di queste concessioni, non dubito che chi è stato a Lampedusa in questi giorni, visitando quell’hangar trasformato in obitorio, quel centro di prima accoglienza così sovraffollato che gli ospiti arrivano a dormire in due in un vecchio congelatore, si sia veramente commosso.
Ma questa commozione non cambia il fatto che se quel centro è in quelle condizioni è colpa delle istituzioni che queste figure pubbliche rappresentano. E non cambia il fatto che i morti di Lampedusa sono la conseguenza della politica di disincentivazione dell’immigrazione messa in atto sia dall’Unione europea sia unilateralmente dai suoi stati membri. Dal 1998, più di 19mila persone sono morte annegate nel Mediterraneo nel tentativo di approdare a una vita migliore. Se fosse riuscita ad arrivare con un volo di linea (che gli sarebbe costato molto di meno), la stragrande maggioranza di questa gente oggi sarebbe viva.
Se noi crediamo che una politica di repressione nei confronti dell’immigrazione dall’Africa, dall’Asia e dal Medio Oriente sia lecita e inevitabile, allora dobbiamo preventivare i morti in mare, dobbiamo accettarli come leciti e inevitabili. Al politico che va a Lampedusa per dire “I care”, c’è una sola domanda sensata da fare: “Lei viene qua a piangere i morti, ma le leggi del governo o della commissione che lei rappresenta prevedono la morte di un certo numero di persone. Visto che lei non si è messo in viaggio per i 13 morti di Sampieri nel Ragusano, lo scorso 30 settembre, si vede che lei pensa che ci sia un numero accettabile di morti e un numero non accettabile. Potrebbe quantificare questo numero accettabile?”.
In questo momento il Libano, un paese di nemmeno cinque milioni di abitanti, sta accogliendo un milione di profughi siriani. In tutta Europa ci sono circa 300mila profughi che chiedono asilo politico, di cui circa 35mila in Italia: lo 0,059 per cento della popolazione (ma il numero di domande accolte ogni anno è ancora inferiore: 325 nel 2011). Anche aggiungendo l’immigrazione clandestina in Italia - stimata dall’Ocse nel 2010 come l’1,09 per cento della popolazione totale - le cifre sono irrisorie rispetto all’emergenza libanese.
Sconfessando i suoi senatori che hanno presentato un emendamento per l’abolizione del reato di clandestinità, l’uomo della democrazia 2.0, Beppe Grillo, si è rivelato un populista 1.0: “Quanti clandestini siamo in grado di accogliere”, grida sul suo blog, “se un italiano su otto non ha i soldi per mangiare?”.
Scusami Beppe, ma quanti italiani senza soldi per mangiare hanno accolto prigionieri alleati e partigiani durante l’ultima guerra, rischiando anche la pelle? E quanti italiani senza soldi per mangiare sono stati accolti a loro volta, in passato, da paesi che vedevano nella società aperta e multietnica un investimento nel futuro?
Basta con questo ciclo di repressione, spettacolarizzazione della tragedia e rimorso pubblico. Per quanto tempo ancora dobbiamo giocare a Hunger games nel Mediterraneo?
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