20 dicembre 2014 11:21

La notizia non ha avuto grande risonanza in Italia, ma nel piccolo grande mondo del cinema, è eclatante. Degli hackers anonimi sono riusciti a seppellire un film di Hollywood: cioè, ad assicurarsi che non uscirà mai, non solo al cinema, ma con molta probabilità neanche in Dvd, in televisione o in streaming commerciale.

Si tratta di The interview, una commedia di Seth Rogen e James Franco, che doveva uscire il 25 dicembre negli Stati Uniti e il 22 gennaio in Italia. Nel solco delle commedie di Judd Apatow (Knocked Up, Superbad, ecc.) che hanno lanciato la carriera di Rogen, si tratta della solita commedia demenziale improntata sulla celebrazione del maschilismo libero e irresponsabile, con il variante che i due maschi irresponsabili di turno – un produttore televisivo (Rogen) e l’amico presentatore di Skylark Tonight, un celebrity talk show di successo (Franco) – si trovano coinvolti in un piano segreto americano per assassinare il leader nordcoreano Kim Jong-un. Nel film, il leader supremo è un fan appassionato del programma: quando invita produttore e presentatore a Pyongyang per intervistarlo, la Cia vede un’occasione d’oro. (La prima parte dello scenario si ispira a fatti veri: si sa che Kim è appassionato di basket, e ha invitato lo star della Nba Dennis Rodman a visitarlo a più riprese; i due, secondo Rodman, sono diventati “amici a vita”).

Il 24 novembre, un attacco di hackeraggio sferrato da un gruppo che si chiama ‘Guardians of Peace’ ai danni della Sony Pictures Entertainment, produttori di The interview, ha reso pubblico un fiume di e-mails private, informazioni riservate sui salari di manager, registi e attori, e molta altra roba. C’era la sceneggiatura di Spectre, la nuova avventura di James Bond; c’erano perfino delle copie digitali (convertite in torrent) di alcuni film che Sony doveva far uscire nel 2015.

In un primo momento non era chiaro il legame fra l’attacco cibernetico e The interview e intanto i media americani si sono sfidati per pubblicare gli estratti più piccanti: per esempio, la mail in cui il copresidente di Sony, Amy Pascal, descrive Angelina Jolie come “una ragazzina viziata e priva di talento”. In un’altra missiva, mandata prima di una colazione di lavoro alla Casa Bianca, Pascal e il produttore Scott Rudin si divertono a immaginare il tipo di film che piacerebbe al presidente Obama: “Django” suggerisce uno, “12 anni schiavo” ribatte l’altro, e via discorrendo per una lunga lista di film ‘afroamericani’.

Poi, con Sony già barcollante, il 16 dicembre, alla vigilia dell’anteprima newyorchese, i ‘Guardians of Peace’ diffondono un messaggio che finalmente indica The interview come bersaglio dell’attacco e minaccia azioni terroristiche contro quei cinema che scelgono di programmare il film. Nell’arco di nemmeno 24 ore, le cinque maggiori catene di esercenti statunitensi annunciano che non faranno uscire The interview. Il giorno dopo, il 18 dicembre, Sony cancella l’uscita nazionale del film, dicendo in un comunicato stampa di essere “profondamente amareggiato dal tentativo sfacciato di sopprimere la distribuzione di un film, nuocendo la nostra compagnia, i nostri impiegati e il pubblico americano”.

Eppure, come ha notato ieri George Clooney, per quanto la Sony sia amareggiata, ha ceduto al ricatto, e un gruppo sconosciuto, senza mai sparare un colpo, senza mai dimostrarsi capace di farlo, è riuscito a bloccare l’uscita di un film ‘scomodo’. “La stampa si è ballocata mentre Roma bruciava”, ha dichiarato Clooney in un’intervista con Deadline.com. “I miei amici giornalisti dovevano chiedersi cos’era l’elemento fondamentale della storia…. perché ecco la cosa geniale che hanno fatto [i cyber-terroristi]. Hanno imbarazzato [la Sony], in modo che nessuno si sarebbe schierato con loro. Dopo la battuta Obama, nessuno voleva schierarsi con Amy… Non intendo scusare la sua battuta, si tratta di un errore madornale, ma è stato usato come un’arma intimidatoria”. Insieme con il suo agente, Bryan Lourd, Clooney ha mandato in giro a molte delle persone più potenti di Hollywood una lettera-petizione esprimendo solidarietà davanti a un “piano criminale” che “non è solo un attacco alla Sony… coinvolge ogni studio, ogni rete, ogni azienda e ogni individuo in questo paese”. Clooney ha poi rivelato che non l’ha firmato nessuno. “Nessuno voleva essere il primo a firmare”, ha dichiarato l’attore.

Finora non ci sono prove concrete che l’attacco cibernetico alla Sony sia di fattura nordcoreana. Ma sicuramente fa il gioco di Pyongyang, che ha chiamato il hackeraggio “un atto virtuoso”. E proprio mentre scrivo, l’Fbi ha rilasciato un comunicato stampa in cui dichiara che le sue indagini portano alla conclusione che “la responsabilità è del governo nordcoreano”. Chiaro, l’Fbi non è super partes. Ma per la società civile, la provenienza dell’attacco è meno importante dell’intenzione – che era chiaramente quello di silurare l’uscita di un film non gradito.

Non importa nemmeno che The interview, a quanto pare, non sia un capolavoro. Le recensioni di quelli che c’erano alle proiezioni stampa prima della Caporetto di ieri sono contrastanti, ma la maggior parte dei critici americani più autorevoli danno il pollice verso. Come Chris Cabin di Slant Magazine: “The interview… utilizza un importante tema globale come pretesto banale per rivestire due ore di barzellette erettili mediocri”. Sappiamo però che il principio della libertà di espressione non può essere condizionato dalla qualità dell’espressione. Vi ricorderete il film di Milos Forman, The People vs Larry Flynt? Era la storia vera di un pornografo americano che è stato scagionato unanimemente dalla corte suprema per aver pubblicato una satira scurrile ai danni del predicatore evangelico Jerry Falwell. “Se la legge protegge perfino un sozzone come me, vi proteggerà tutti quanti”, disse Flynt dopo il verdetto.

La resa di Sony apre degli scenari inquietanti. George Clooney ha ragione quando dice che, per certi film ‘critici’, “sarà molto più difficile trovare una distribuzione d’ora in poi”. Nell’intervista di Deadline, Clooney dice anche che ha parlato con Amy Tabin della Sony, che “vuole far uscire il film a tutti gli costi”.

Allora, proporrei un atto di coraggio riparatorio: fatelo uscire in streaming gratis per tutti. Sarebbe uno schiaffo a chi ha cercato di bloccare il film, chiunque sia. Ma temo che la logica commerciale dello studio e il nervosismo dei loro investitori risulterà più forte, alla fine, della voglia di difendere il primo emendamento.