Padri e figli nella nuova inchiesta sulle grandi opere

19 marzo 2015 10:43
Il Padiglione Italia in costruzione a Rho Pero, vicino Milano, il 4 marzo 2015. (Ansa/Corbis/Contrasto)

C’è un filo che attraversa l’inchiesta condotta dalla procura di Firenze sul sistema delle grandi opere e lega le imprese dei padri al destino dei figli. Figli appena laureati da impiegare, a cui comprare casa o affidare consulenze. Figli di cui i padri si preoccupano, parlano, dispongono. Si intuisce che qualcuno di loro possa essere cresciuto con un certo complesso.

“Tu non devi pensare: ‘Io oggi non sono come papà’”, spiega Christine Mor al figlio, Philippe Perotti, classe 1988, il pargolo di Stefano Perotti, l’uomo che negli ultimi quindici anni si è visto assegnare la direzione di quasi tutte le grandi opere in Italia. Dall’alta velocità alla linea C della metropolitana di Roma, dal Palazzo Italia di Expo 2015 all’autostrada Salerno Reggio-Calabria. Venticinque miliardi di appalti. Con una percentuale di incasso per la direzione dei lavori che secondo i magistrati variava dall’1 al 3 per cento. Cifre da far girare la testa anche ai familiari di Perotti, finito agli arresti lunedì scorso. E da stravolgere le coordinate del figlio, che ha appena 25 anni.

“Che tu ti devi paragonare con i soldi che fa papà è questo che sbagli Philo…”, gli spiega la madre Christine. Preoccupata che possa sentirsi schiacciato dal peso della competizione, gli racconta che il papà alla sua età “non aveva fatto un cazzo”.

“Se guadagna bene e tanto”, gli spiega, “è anche perché ci sono state delle coincidenze fortunate di entrare nel mondo della politica grazie a suo padre… Ok? Grazie a un certo giro di politica… lavori pubblici eccetera”. Lo stesso Ercole Incalza, che per quindici anni ha fatto il bello e il cattivo tempo sulle grandi opere, spianando la strada a Stefano, sembra fosse una conoscenza di nonno Massimo Perotti.

Oltretutto: “Non è detto che in futuro sarà sempre uguale a come è stato fino adesso…”, avverte Christine. Quasi una profezia materna la sua. Di lì a poco, lei e suo figlio Philippe finiranno nella lista dei 51 indagati: “Partecipavano all’associazione”, si legge nell’ordinanza firmata dal gip Angelo Antonio Pezzuti, “collaborando con Stefano Perotti nella realizzazione del programma criminoso, occupandosi delle attività di tutte le società riconducibili alla famiglia Perotti-Mor, anche con riguardo all’evasione fiscale ed alla truffa in danno dell’Erario”.

“Philo” non è l’unico. Il nome più illustre che spunta alla voce “figli” nelle intercettazioni dell’inchiesta fiorentina è quello di Luca Lupi, figlio del ministro dei trasporti. Né l’uno né l’altro sono inquisiti. Ma gli indagati si danno parecchio da fare per loro. Appena laureato, Luca riceve da Perotti un Rolex da più di diecimila euro. Franco Cavallo, detto Frank, il faccendiere di Comunione e liberazione, molto vicino al ministro e alla cooperativa ciellina La Cascina ma a libro paga di Perotti, fa fare un vestito su misura per il padre e uno per il figlio. E soprattutto tutti si adoperano per cercare a Luca un impiego.

È lo stesso ministro, annotano gli inquirenti, a interessare il suo potente consulente Ercole Incalza, che fa partire la catena. “Deve prendere duemila euro al mese più iva”, spiega Perotti, che riesce a impiegare Luca presso il cognato Giorgio Mor, a sua volta coinvolto nella realizzazione del nuovo palazzo dell’Eni. “Fallo diventare il tuo uomo su Milano”, gli suggerisce Perotti, che copre anche le spese. D’altra parte, in questa storia, sono tutti amici.

L’imprenditore Perotti è amico del burocrate Incalza, insieme nel 1997 hanno fondato la Green Field, da cui Incalza ha ricevuto negli anni quasi 700mila euro. Frank Cavallo, già amministratore delegato del settimanale ciellino Tempi, vanta un rapporto diretto con “Mauri”, il ministro, che a sua volta diventa così amico dei Perotti, da farsi ospitare con tutta la famiglia (e con Frank) nella loro casa fiorentina. “Finalmente sono andati via… anche se è stato bello… però molto impegnativo…”, si lamenta Christine con la sorella.

Tra amici, ci si aiuta. Però la triangolazione per assumere il figlio di Lupi preoccupa un po’ lo stesso Perotti. “Preoccupazione non comprensibile al di fuori di uno scenario illecito”, notano gli inquirenti.

E i figli da piazzare non finiscono mai. Spicca il caso di Livio Acerbo, classe 1977, figlio di Antonio Acerbo, l’ex direttore del Padiglione Italia, finito agli arresti domiciliari a ottobre per l’inchiesta su Expo 2015. Nelle intercettazioni si parla di un vero e proprio sistema: “Le imprese che lavorano con lui o che lui segue… pagano questo prezzo… devono dare incarico al figlio …”. Palazzo Italia è uno degli appalti a cui è interessato Perotti, che pure avrebbe dato da lavorare al figlio di Acerbo. “Sì sì… gli aveva dato degli incarichi…”, conferma, intercettato, uno degli indagati.

Anche Ercole Incalza ha una figlia. E un genero, che compra casa a Roma, facendosela pagare dalla cosiddetta “cricca” del G8: 520mila euro in assegni da diecimila euro. Compravendita, sottolineano gli inquirenti, “avvenuta in virtù del legame tra Ercole Incalza e Angelo Balducci”.

Il potente provveditore alle opere pubbliche del Lazio, sotto processo per gli appalti del G8 e di altri grandi eventi. “I motivi per i quali avrebbe favorito Ercole Incalza non sono chiari”, scrivono i magistrati fiorentini. E però citano una lettera del settembre 2004 in cui Incalza spiega a Berlusconi perché ha scelto Balducci come presidente del consiglio dei lavori pubblici.

Non tutti sono padri. Nell’inchiesta c’è anche un alto prelato: monsignor Francesco Gioia. Il suo nome non compare nel registro degli indagati, ma Gioia è uno molto attivo. In vista dell’Expo presenta i suoi amici imprenditori a Perotti. In vista delle europee si fa consegnare il materiale elettorale dall’amico del ministro Lupi, il ciellino Franco Cavallo: “Mi dovete far sapere chi porta il ‘capo’ per le europee… anche perché se devo poi avviarmi per alcuni istituti religiosi… del mio entourage no?”.

Non ha figli, dicevamo, monsignor Gioia. Ma un nipote sì. Anzi due. Uno fa l’autista di Stefano Perotti, l’altro riesce a farlo assumere alle Ferrovie del sudest, società partecipata del ministero. “Ercole, oggi mio nipote ha firmato il contratto”, annuncia al telefono a Incalza: “Io ti ringrazio”. E ancora: “Se non c’era il tuo intervento non si muoveva nessuno… tu fai paura”.

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