La mostra Toilet!? al museo di Tokyo, il 1 luglio 2014.

La cultura del gabinetto intelligente ha i suoi lati positivi

La mostra Toilet!? al museo di Tokyo, il 1 luglio 2014.
03 marzo 2016 14:58

Sono anni che lo aspetto, lo temo, e non arriva. Dal giorno che l’ho conosciuto, in Corea del Sud, lo aspetto, lo temo, e non arriva.

L’hotel, in pieno centro di Seoul, era ipermoderno, lussoso e pieno di cose. La mia stanza non era una stanza, ma una macchina perfetta per lavarsi e dormire. Nella mia camera c’era giusto lo spazio necessario per un buon letto (un ottimo letto) e una finestra con vista sul cielo, gli edifici e una montagna sullo sfondo.

C’erano diverse lampade, uno specchio gigante, prese di corrente e telefoniche e, ovunque, schermi: la mia stanza era piena di schermi. C’era ovviamente il grande schermo del televisore, accanto alla finestra, che faceva concorrenza alla finestra e la vinceva. C’era il touch screen del termostato, quello sul comodino per gestire le luci, le tende, il televisore, diversi orologi, il telefono e i messaggi, quello della cassaforte, quello della bilancia del bagno e, soprattutto, lo schermo molto touch del wc.

Sedersi è un’avventura

Non ero preparato alla cultura del gabinetto intelligente, la latrina letterata. Forse è per questo che ho impiegato diversi giorni a imparare come funzionava il pannello dei comandi, finché ho capito che non c’era bisogno di fare nulla: bastava sedermi o alzarmi e lasciare che l’intelligenza del wc facesse il resto. Comunque il pannello aveva delle funzioni che non sono riuscito a capire (silver, kids, auto) per svolgere due compiti fondamentali: pulire la tazza del wc e pulirmi il resto.

Penso a questa tendenza della modernità di aggiungere sfumature superflue per vendere qualcosa di più

Ci ho preso gusto: sedersi era un’avventura. Chiaramente non sono riuscito neanche a capire la differenza tra la funzione cleansing e quella bidet, ma non mi sono dato per vinto. Ho fatto prove, riflessioni, esperimenti: entrambe le funzioni producevano un getto preciso (che poteva essere orientato con la funzione nozzle position e reso più divertente da quella moving). Ma la funzione che mi ha colpito di più, e che mi ha fatto scoppiare a ridere quando l’ho scoperta, è stata dry: un getto di aria tiepida diretto con precisione verso quello che il maestro Quevedo definì, con eloquenza, modestia e filologica saggezza, l’occhio del culo.

Da allora ho aspettato e ho temuto la sua irruzione. In Corea del Sud e in Giappone, il wc intelligente troneggia in molti bagni da venti o trent’anni, eppure in occidente non è ancora diffuso. Ogni tanto controllo: per adesso, lo sbarco non è avvenuto. La cosa mi tranquillizza e mi stupisce.

Non so quale tradizionalismo della deiezione lo tenga alla larga, ma ne sono sollevato. Sono fatto di un’altra pasta, sono di un’altra epoca: è una modernità che mi turba, e non posso smettere di chiedermi, vittima come sono dei miei pregiudizi, se la nobile arte di pulirsi quel posto meriti così tanta tecnologia, così tanto impegno. Ogni volta, dopo una riflessione matura, mi rispondo di sì, che tutto lo merita, è solo difficile abituarsi. Ma non mi convinco: continuo a pensare a questa tendenza della modernità a raschiare il fondo del barile, ad aggiungere altre sfumature superflue a quello che già conosciamo per vendere qualcosa di più, qualcosa di diverso.

Fino a che punto, mi domando, la macchina che lavorava sotto i miei glutei era una metafora della banalità di un certo progresso? Fino a che punto poteva essere, continuo a pensare, la sintesi del progresso che ci ha dato un’incredibile rete di comunicazione perché la riempissimo di culi al vento, complessi robot per lavare i piatti, televisori 4d per vederci talk show di serie c?

Penso di non rispondermi. Poi mi dico che se tutti condividessero la mia ristrettezza di vedute, oggi scriverei queste parole con la penna d’oca. Polemico come sono, mi chiedo se sarebbe stato peggio. Polemico, mi rispondo di sì. Polemico, mi chiedo a che serva tanta tecnica, tanta immaginazione, se non a cacare meglio. Polemico, penso a due o tre risposte e mi annoio. Polemico ma stanco, digito ctrl+s, salvo queste sciocchezze, le invio.

(Traduzione di Francesca Rossetti)

Questo articolo è uscito sul quotidiano spagnolo El País.

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