Luigi Di Maio, Giuseppe Conte e Matteo Salvini al senato dopo il voto di fiducia, il 5 giugno 2018.

Le promesse di Conte alla prova dei fatti

Luigi Di Maio, Giuseppe Conte e Matteo Salvini al senato dopo il voto di fiducia, il 5 giugno 2018.
06 giugno 2018 12:48

Che ne sarà dell’Italia con il nuovo governo, quello di Giuseppe Conte, Luigi Di Maio, Matteo Salvini? Una risposta perentoria l’ha data il settimanale tedesco Der Spiegel con la copertina del 2 giugno. Da una forchetta pende uno spaghetto, annodato in forma di cappio, accompagnata da un titolo altrettanto inequivocabile: “Ciao amore! L’Italia distrugge se stessa e trascina pure l’Europa”.

A credere al più importante newsmagazine tedesco siamo alla catastrofe. E non è da meno il New York Times che parla di “un branco di miserabili nato sull’onda dell’illiberalismo” che “unisce bigotteria e incompetenza a un livello inusuale”, burlandosi fra l’altro del fatto che il nuovo ministro dello sviluppo economico e del lavoro, Di Maio, “non ha mai avuto un lavoro degno di questo nome”.

Sono giudizi alquanto affrettati, lanciati contro un governo ancor prima che abbia cominciato a lavorare. Ma non stupisce questa forte diffidenza. Per la prima volta in Europa occidentale, per la prima volta in un paese fondatore dell’Unione europea assistiamo alla nascita di un governo di cui non fa parte nessuno dei partiti appartenenti alle famiglie tradizionali – democristiani, socialisti, liberali – ma è formato esclusivamente da forze politiche antisistema. Si aggiunga il fatto che tutt’e due queste forze fino a poco tempo fa si erano posizionate contro l’appartenenza dell’Italia all’euro e strizzavano l’occhio all’uscita del paese dalla Nato.

Conte si è sfilato, non fornendo nessuna risposta concreta, ripetendo l’elenco delle riforme costose contenute nel programma di governo

Su questo sfondo Conte nel suo discorso al senato ha dato prova di un equilibrismo tutt’altro che incendiario. Ha sì reclamato di essere alla guida di un governo portatore di “un cambiamento radicale di cui siamo orgogliosi”, un governo che vuole rappresentare una cesura forte nella storia repubblicana. Ma allo stesso tempo ha fatto di tutto per rassicurare, sottolineando l’appartenenza alla Nato e all’Europa (“è la nostra casa”), ribadendo che qualsiasi futuro tentativo di modificare le politiche nella zona euro va “perseguito in un quadro di stabilità finanziaria e di fiducia dei mercati”.

Ma stanno proprio qui le perplessità manifestate nelle ultime settimane all’estero: nella dubbia compatibilità delle promesse contenute nel programma di governo con “un quadro di stabilità finanziaria”. Flat tax, reddito di cittadinanza, rottamazione della legge Fornero eccetera comporterebbero un aggravio sul bilancio dello stato di circa 120 miliardi di euro all’anno.

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Di fronte a questo dilemma Conte si è semplicemente sfilato, non fornendo nessuna risposta concreta. Non ha fatto che ripetere l’elenco delle riforme costose contenute nel programma di governo. Ma si è guardato bene dal fornire scadenze o coperture. Ha parlato genericamente di “obiettivi” senza far sapere ai cittadini quando possono sperare di godersi la flat tax (i ricchi) e il reddito di cittadinanza (i poveri).

Sulla flat tax intanto siamo venuti a sapere, grazie al senatore leghista Alberto Bagnai, che dovrebbe slittare al 2020. Sul reddito di cittadinanza Conte ci ha erudito del fatto che “ci proponiamo, in una prima fase, di rafforzare i centri per l’impiego”; seguirà la seconda fase, quella dell’erogazione del reddito di cittadinanza, ma non è dato sapere quando. Nel 2020? Nel 2021?

Ma di questo passo almeno una cosa è certa: la legge di stabilità per il 2019 non conterrà quelle due misure cavallo di battaglia della Lega e del Movimento 5 stelle, non porterà quindi il deficit alle stelle, causando procedure di infrazione per deficit eccessivo da parte della Commissione europea e sconquassi sui mercati finanziari con conseguente esplosione dello spread.

In questo modo Conte non ha fatto altro che reiterare le promesse, quelle della campagna elettorale prima e del contratto di governo poi. Ma non ha neanche accennato a quello che adesso ci vorrebbe: un piano operativo. Forse ha pensato ai primi mesi del governo Renzi: a quei mesi in cui il giovin Matteo ancora godeva di un vasto consenso popolare. Renzi, con piglio decisionista, aveva promesso “una riforma al mese”. Conte si è astenuto da simili promesse. Il dilemma però rimane. Anche il governo gialloverde parte sull’onda dell’entusiasmo, sull’onda di aspettative altissime.

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E sia Salvini sia Di Maio hanno passato i primi giorni da ministri mettendosi in scena come fedeli esecutori di quanto promesso – a parole. Salvini, al suo solito, ha scelto il campo a lui più consono, quello dei discorsi incendiari contro i migranti. Di Maio, invece, ha dato subito un profilo sociale, “di sinistra”, al suo esordio da ministro, ricevendo una delegazione di rider e promettendogli misure contro la precarietà oltre al salario minimo.

Ma tutti e due, e con loro il premier Conte, sono attesi alla prova dei fatti. Godono di una solida maggioranza, si trovano di fronte partiti di opposizione storditi e in disarmo. Quindi non avranno scuse.

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