Dolore cosmico

20 gennaio 2015 12:17

Poco prima di Natale un ex funzionario dell’amministrazione Obama di nome Ari Ratner ha pubblicato un saggio in cui sostiene che sarebbe ora di rispolverare una vecchia parola tedesca, weltschmerz, che si potrebbe tradurre con “dolore cosmico”. I tedeschi, come saprete, hanno una parola per tutto (e di sicuro provano schadenfreude, “gioia per le disgrazie altrui”, all’idea che noi non le abbiamo).

Ma weltschmerz è quella di cui abbiamo bisogno in questo momento, scrive Ratner, perché coglie perfettamente la sofferenza che proviamo nel vedere che il mondo continua a deludere le nostre aspettative. L’orrore delle notizie degli ultimi mesi ha assunto varie forme: probabilmente non c’è nessun nesso tra la strage nella redazione di Charlie Hebdo, i massacri dello Stato islamico, le torture della Cia, la brutalità dei poliziotti statunitensi o i misogini che si sfogano su Twitter. Ma tutte queste cose scatenano in noi la sensazione che l’umanità riesca sempre deluderci.

Il fatto che un’atrocità faccia disperare anche chi non è direttamente coinvolto come me, non è certo la cosa più importante. Non lo era neanche nell’ottocento, quando la parola fu coniata dai romantici tedeschi preoccupati di come il mondo impediva la loro autorealizzazione. Tuttavia abbiamo pur bisogno di un nome per quello che proviamo, e weltschmerz funziona meglio di altre parole straniere per indicare che tutto va storto, come angst (troppo introspettiva) o ennui (troppo rassegnata). Quando Ratner ha spiegato il significato di weltschmerz a due ex colleghi, uno di loro ha concordato che per gli idealisti che circondano Obama il primo mandato del presidente era stato un continuo weltschmerz. “Il secondo invece è stato solo schmerz”, ha detto l’altro.

Il fatto è che abbiamo creato un mondo in cui il weltschmerz è quasi inevitabile: se qualcuno, in qualsiasi parte del pianeta, si comporta in modo spaventoso, i mezzi d’informazione ce lo fanno sapere subito, mentre prima forse non lo avremmo mai saputo. Poi c’è il paradosso di cui parla Steven Pinker nel suo libro Il declino della violenza: la vita sta diventando sempre meno violenta, sostiene Pinker, ma le nostre norme morali cambiano ancora più rapidamente, superano la realtà, e quindi siamo sempre più sconcertati da cose che un tempo avremmo accettato come normali. La denuncia delle torture della Cia ci ha tanto disgustato perché ormai la tortura non fa più parte della nostra vita quotidiana.

Una risposta facile ma irritante è “smettiamo di leggere le notizie”: se nel complesso le cose stanno andando meglio, perché deprimerci concentrandoci sugli eventi più negativi? Ma dal ragionamento di Pinker non si deduce che sbagliamo o che siamo irrazionali se proviamo questo dolore cosmico. Anzi, come osserva Ratner, è questo che ci permette di cambiare le cose: diversamente dall’angst o dall’ennui, il weltschmerz nasce proprio dalla consapevolezza che le cose potrebbero e dovrebbero andare meglio. È un po’ come il dolore fisico: anche se è spiacevole, non sentirlo sarebbe segno di una malattia estremamente pericolosa. Il dolore cosmico è terribile, ma essere insensibili sarebbe ancora peggio.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

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