Se volete dormire bene, rinunciate al sessismo

07 agosto 2018 12:04

Tra le persone che studiano queste cose, c’è un ampio consenso sul fatto che nelle società in cui vige una maggiore parità tra i sessi tutti sono più felici e più sani: non solo le donne, come si può facilmente immaginare, ma anche gli uomini (il consenso non è proprio unanime, ma lo è abbastanza da poter aggiungere anche questo alla già lunga lista dei motivi per cui dovremmo andare tutti a vivere in Scandinavia).

Nonostante questo, sono rimasto sorpreso dalla scoperta, emersa da una ricerca recente, che nelle società più paritarie sia le donne sia gli uomini dormono anche meglio. Per le donne questo è dovuto al fatto di poter condividere almeno in parte il peso di alzarsi in piena di notte per calmare un bambino che piange, o aspettare fino a mezzanotte che un adolescente torni a casa.

Il vantaggio di distribuire i compiti
Nei paesi più tradizionalisti, si dà per scontato che siano le donne delle coppie eterosessuali a dover fare tutte queste cose, perché l’uomo – dato che è l’unico a guadagnare il pane quotidiano, o forse gli piace solo pensarlo anche se non è così – ha bisogno di dormire per poter mantenere la famiglia.

Ma quello che succede in realtà, come hanno scoperto i ricercatori, è che anche gli uomini non dormono bene perché sono preoccupati per la sicurezza del loro posto di lavoro e per i problemi economici della famiglia. Senza contare che a volte per lavorare restano alzati fino a tardi, o si alzano presto.

Quando i compiti sono equamente distribuiti, la famiglia può tirare avanti più a lungo

È interessante vedere perché proprio gli stereotipi più tradizionali creano tanti problemi, a parte la considerazione morale che è ingiusto discriminare tra i sessi. Più rigide sono le aspettative nei confronti dei componenti di una famiglia (o di un gruppo, presumo), meno flessibile è il gruppo nel suo complesso, perché è meno capace di adattarsi ai cambiamenti.

Dal punto di vista di una donna, può essere esasperante essere obbligata ad alzarsi, tutte le notti, per occuparsi di un neonato. Ma la cosa è meno sostenibile anche dal punto di vista del gruppo: se i compiti sono equamente distribuiti, la famiglia può tirare avanti più a lungo senza che a qualcuno venga un esaurimento.

Lo stesso discorso vale nei posti di lavoro: quando i compiti sono equamente distribuiti, si può lavorare di più e guadagnare più soldi senza che nessuno vada oltre le proprie capacità, e senza creare disoccupazione che priva del reddito intere famiglie.

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A non essere l’unica persona che si deve occupare di tutto ci si guadagna anche dal punto di vista emotivo. Se spetta a voi, e solo a voi, occuparvi dei bambini di notte, o portare i soldi a casa, ovviamente avete la sensazione di non potervi permettere di sbagliare. Se quel peso è almeno in parte condiviso, non vi sentite più in una situazione senza via d’uscita (quello che nessuno vi dice è che occuparsi di un bambino in piena notte può dare una gioia eccezionale, sempre che – sia ben chiaro – non dobbiate farlo tutte le maledette notti).

Senza contare che non siamo fatti per svolgere un unico ruolo. Karl Marx auspicava addirittura l’abolizione della distribuzione del lavoro, per poter essere libero di “andare a caccia la mattina, pescare nel pomeriggio, allevare bestiame la sera, criticare dopo cena, in base ai miei desideri del momento, senza mai diventare un cacciatore, un pescatore, un allevatore o un critico”.

Probabilmente non pensava al mestiere del genitore, ma la sua idea è ancora valida: chiudere le persone in tante piccole scatole costringendole a svolgere un unico ruolo può far comodo a qualcuno, ma non a noi. Noi siamo qualcosa di più grande.

Consigli di lettura
Il libro di Helen Russell The year of living danishly (Un anno vissuto alla danese) racconta in modo divertente e sfumato la vita di una londinese in una delle società sessualmente più egualitarie – e felici – del mondo.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano britannico The Guardian.

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