Un pregiudizio vale l’altro

22 gennaio 2019 14:50

Ricorderete, presumo, la storiella di un padre e del figlio trasportati di corsa in ospedale dopo un incidente stradale, e del chirurgo che, dopo aver visto il bambino dice: “Non posso operarlo, è mio figlio!”. Come esempio di sessismo ormai non funziona più: la soluzione dell’enigma (come è possibile?) è che il chirurgo è la madre – ma come qualcuno più sveglio avrà già capito, perché non potrebbe essere l’altro padre?

Eppure nei risultati di un nuovo studio condotto dai ricercatori di Harvard e del Massachusetts institute of technology, in cui si chiedeva ai partecipanti di indovinare il sesso di una persona descritta come un chirurgo, c’è qualcosa che ci ricorda questa storiella.

Quando i partecipanti sentivano che qualcuno, la persona X, giungeva alla conclusione che il chirurgo deve essere un uomo, lo giudicavano sessista e retrivo. Ma quando una domanda simile veniva posta a loro rispondevano esattamente nello stesso modo.

Presunta malafede degli altri
La triste realtà è che siamo tutti terribilmente ipocriti, sempre pronti ad accusare gli altri di essere di mentalità ristretta, ma che non siamo molto diversi da loro. D’altra parte, dato che ci sono più chirurghi che chirurghe, forse siamo solo realistici. Se è così, perché essere così severi con gli altri, che forse lo sono quanto noi?

La scoperta interessante in questo caso non ha niente a che vedere con il sessismo, ma con la facilità con cui presumiamo che gli altri siano in malafede. Per quanto nobili o ignobili siano i nostri giudizi, siamo sempre pronti a concludere che quelli degli altri sono peggiori.

Un modo per spiegare il fenomeno è che in questi casi entrano in gioco due tipi di logica contrastanti, quella “morale” e “quella statistica”. La prima dà giustamente per scontato che gli uomini e le donne sono altrettanto capaci di praticare la chirurgia, ed è normale voler essere il tipo di persona le cui deduzioni riflettono istintivamente questa posizione. Ma la logica statistica ci dice che, per come stanno le cose oggi, i chirurghi sono più spesso uomini, quindi non è sessista esprimere un giudizio in base a questa constatazione.

Nel dibattito politico odierno, nessuno se la cava tanto bene in questo senso, né a sinistra, né a destra

Il trucco sta nel non confondere le due cose. E invece lo facciamo regolarmente. Per esempio, permettendo al nostro atteggiamento morale di deformare i nostri giudizi statistici. Qualche anno fa, un gruppo di ricercatori ha concepito un esperimento basato su una serie di situazioni immaginarie in cui una madre lasciava il figlio solo in auto e ha chiesto ai partecipanti di giudicare quanto fosse pericoloso per il bambino.

In fondo era una questione statistica, ma anche in quel caso ha prevalso la morale: tutti consideravano la situazione più rischiosa se l’assenza della madre era dovuta a motivi moralmente discutibili (incontrare un amante) piuttosto che neutri (fare una commissione). Ovviamente, se è pericoloso o meno lasciare un bambino in auto non dipende dal motivo per cui ce lo lasciamo. Ma questo è proprio il tipo di distinzione che abbiamo difficoltà a fare.

Nel dibattito politico odierno, nessuno se la cava tanto bene in questo senso, né le persone di sinistra, che tendono ad accusare gli altri di avere pregiudizi senza vedere i propri, né quelle di destra, le quali tendono a sostenere che si attengono semplicemente alla realtà dei fatti, mentre spesso anche loro sono guidate dai pregiudizi.

L’ipotesi più sensata è probabilmente che siamo tutti peggiori di quanto vorremmo far credere, mentre gli altri sono meno terribili di quanto ci fa comodo riconoscere.

Consigli di lettura
Nel suo The place of prejudice, Adam Sandel sostiene che essere totalmente “privi di pregiudizi” è un obiettivo impossibile da raggiungere, quindi dovremmo cercare di essere più consapevoli del fatto che abbiamo una visione del mondo inevitabilmente distorta.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Questo articolo è uscito sul quotidiano britannico The Guardian.

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