(Betsie Van der Meer, Getty Images)

C’è un’epidemia di allarmismo, ma evitiamo il panico

(Betsie Van der Meer, Getty Images)
19 marzo 2019 13:03

Ecco alcune cose per le quali, secondo i giornali , sarebbe ora di allarmarsi: i pericoli della tecnologia, il fallimento del capitalismo, la nomina di John Bolton a consulente per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, e la performance della squadra di basket dei Los Angeles Lakers. Ah, e il cambiamento climatico. “Stiamo vivendo in un’epoca di estrema inflazione retorica”, ha scritto il commentatore Damon Linker, osservando quanto sia assurdo che Donald Trump abbia dichiarato che c’è “un’emergenza nazionale” riguardo all’immigrazione, o che qualcuno pensi che la Cina sia una “minaccia esistenziale” per gli Stati Uniti.

Ovviamente, nessuno di noi è immune da questo atteggiamento. Il fatto che la Brexit rischi di dimostrarsi una calamità non impedisce a quelli che vorrebbero rimanere nell’Ue di essere tentati di predire sui social network che sarà una calamità peggiore di quanto immaginiamo.

Per coerenza, non intendo affermare che questa epidemia di allarmismo sia la crisi più grave della storia della civiltà umana. Ma è piuttosto grave, anche perché non è affatto chiaro se lasciarsi prendere dal panico possa migliorare le cose.

Uno dei motivi di questi discorsi estremi è che sono l’unico modo per farsi sentire al di sopra del chiasso generale. Nella nostra “economia dell’attenzione”, prevalgono le voci più pressanti, e uno dei modi migliori per essere pressanti è insistere nel sostenere che nessuno si può permettere di ignorare il nostro messaggio.

Purtroppo, proprio perché è così facile, alimenta la corsa all’esagerazione, tanto che perfino quelli che preferirebbero evitarlo non possono fare a meno di partecipare. Se gestite un ente benefico che si occupa di rifugiati o di giovani che assistono le persone in difficoltà, non ha senso affermare che quello sia il terzo o il settimo problema più grave del paese; tanto varrebbe sostituire il vostro sito web con un cartello che dice “Qui non c’è niente da vedere”. Per ottenere una minima parte della già scarsa attenzione della gente bisogna convincerla che quella di cui vi state occupando sia la crisi numero uno, e di una gravità senza precedenti.

L’effetto psicologico del panico non è ancora stato dimostrato

Nel suo libro The uninhabitable earth, David Wallace-Wells traccia un quadro terrificante della crisi che avrebbe più diritto di qualunque altra di occupare il primo posto. Sostiene in modo convincente che “l’allarmismo climatico”, che gli scienziati di solito cercano disperatamente di evitare, sia in realtà ampiamente giustificato.
Ma “giustificato” non equivale a “utile”. Ci aiuterà essere più spaventati di un futuro più caldo?

A questo proposito ha meno da dire, e giustamente, perché l’effetto psicologico del panico non è ancora stato dimostrato. A volte la paura ci spinge all’azione, ma in genere ci porta ad agire nell’immediato, quando la soluzione è ovvia, come togliersi in fretta dalla strada quando sta arrivando un autobus, o sbrigarsi a spedire la dichiarazione dei redditi per evitare di pagare la multa. Ma nel caso di una minaccia collettiva e complessa come il cambiamento climatico, la verità è che nessuno sa veramente cosa fare.

Quello che sappiamo è che l’abitudine mentale al “catastrofismo”, cioè a concludere che dopo l’avverarsi di una previsione negativa allora tutto andrà sempre peggio, è strettamente associata alla depressione, che non è certo il trampolino ideale per agire in modo costruttivo.

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È molto probabile che il riscaldamento globale sarà una catastrofe. Ma questo è un ulteriore motivo per ridurre l’allarmismo su tutto il resto. Non possiamo combattere l’economia dell’attenzione da soli, ma possiamo pensarci bene prima di scrivere tweet apocalittici (io ci sto provando). E la prossima volta che qualcuno ci dice che è arrivata l’ora di essere veramente spaventati, ricordarci che quasi sicuramente non è così.

Consigli di lettura
Nel loro Things might go terribly, horribly wrong, Kelly Wilson e Troy DuFrene prendono spunto dalla “terapia dell’accettazione e dell’impegno” per cercare di capire come assecondare l’ansia invece di lasciare che ci paralizzi come un cervo davanti ai fari dell’auto.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Questo articolo è uscito sul quotidiano britannico The Guardian.

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