(Yaroslav Kushta, Getty Images)

Il lato sbagliato della storia è troppo affollato

(Yaroslav Kushta, Getty Images)
25 giugno 2019 13:17

All’inizio del mese, mentre quell’ammasso di impulsi confusi che attualmente ricopre la carica di presidente degli Stati Uniti si preparava ad andare a Londra, il sindaco della città Sadiq Khan ha dichiarato al Guardian che quella visita avrebbe messo il Regno Unito “dal lato sbagliato della storia”.

Tendo a essere d’accordo con lui che sarebbe stato meglio evitare quel viaggio, se non altro perché si è rischiato il razionamento dei cheeseburger, ma è ora di smetterla con il “lato sbagliato della storia”. Come l’incavo tra i cuscini del divano, che si riempie di monetine e frammenti di plastilina, da qualche anno il lato sbagliato della storia sta diventando troppo affollato.

Tra quelli che ci sono stati relegati ci sono i tifosi della Brexit, i no vax, i pro vax, le femministe che non accettano l’idea di gender come fatto assoluto, la politica di sinistra somalo americana Ilhan Omar e Benjamin Netanyahu.

Il tempo e il progresso
Quando la rivista online Vox ha chiesto a una commissione di esperti di cosa ci vergogneremo tra cinquant’anni, le risposte hanno incluso la guerra alla droga, le leggi che vietano di comprare servizi sessuali e il fatto di essere carnivori. Ma forse quello di cui dovremo veramente vergognarci è aver insistito sul concetto di lato giusto e sbagliato della storia.

Il sospetto mi è venuto quando la studiosa di etica Karen Swallow Prior, in risposta alla domanda di Vox, ha detto che una delle cose che tutti considereremo un orrore sarà l’aborto. Il progressista medio, naturalmente, protesterà con veemenza. Ma come facciamo a essere sicuri che Prior si sbagli? Appellarsi al giudizio della storia significa immaginare come la penserà un gruppo di persone del futuro, perciò c’è poco da sorprendersi se saranno d’accordo con chiunque chiederà il loro parere.

Il punto non è che nel corso della storia non tutto migliora. Presumo che siamo tutti d’accordo sul fatto che il mondo è un posto migliore ora che l’aspettativa di vita è aumentata, le donne hanno il diritto di voto e il vaiolo è estirpato. La fallacia è aspettarsi un progressivo miglioramento delle cose semplicemente grazie al passare del tempo. Per usare le parole del politologo Jacob Levy: “Capire – e fare – la cosa giusta, è difficile; è una lotta che si presenta per ogni individuo e per ogni generazione. L’ideologia della storia come progresso morale cerca di farlo sembrare facile”.

Una buona idea
Il sindaco Khan si è dichiarato contrario alla visita di Trump perché “l’estrema destra è in ascesa in tutto il mondo e rischia di cancellare i diritti e le libertà che ci siamo faticosamente conquistati”, e chi può dargli torto? Ma questo aiuta a capire meglio perché l’idea del “lato sbagliato della storia” non ha senso. Se alla fine fosse garantita la sconfitta dell’estrema destra, ci sarebbe molto meno di cui preoccuparsi.

Il vero pericolo, invece, arriva quando, al giorno d’oggi, questa idea la usano i moderni pontificatori per non prendere in considerazione la possibilità di essere loro a sbagliarsi. Se sei sicuro che la storia ti darà ragione, non hai bisogno di sforzarti di capire chi la pensa in modo diverso da te: ti basta liquidarlo dicendo che è un dinosauro e non si rende conto dei progressi compiuti dall’etica.

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Il paradosso è che in realtà è una buona idea riflettere sul giudizio della storia, non per confermare le nostre opinioni ma per metterle in discussione e assumere un atteggiamento più umile. In passato ci sono stati tanti periodi in cui la gente accettava cose orripilanti o ridicole, ma evidentemente non le considerava tali. Perché noi dovremmo essere immuni da questo solo per il fatto di vivere adesso?

Da vedere

In una conferenza che potete trovare sul sito web della Royal society of art, il filosofo pessimista John Gray sostiene che effettivamente con l’avanzare della storia impariamo modi di vivere più etici, “ma non li impariamo per sempre”.


(Traduzione di Bruna Tortorella)

Questo articolo è uscito sul quotidiano britannico The Guardian.

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