(Chin Leong Teoh, EyeEm/Getty Images)

Il senso dei sacrifici per il clima

(Chin Leong Teoh, EyeEm/Getty Images)
25 luglio 2019 13:22

Nel 2005, il filosofo Walter Sinnott-Armstrong ha scritto il saggio intitolato It’s not my fault (Non è colpa mia), in cui sostiene che nessuno di noi ha l’obbligo morale di ridurre le proprie emissioni di carbonio.

Non negava l’incombente emergenza climatica, solo che, dopo aver esaminato tutte le teorie sull’etica, non capiva come potesse essere mio dovere non andare in gita la domenica con il mio suv che beve litri di benzina (tanto per citare il suo esempio).

“Nessuna pioggia torrenziale, inondazione, ondata di calore o siccità può essere attribuita al mio atto individuale di usare un’automobile”, ha scritto. È vero, secondo Sinnott-Armstrong, che se lo facciamo in tanti contribuiamo a provocare piogge torrenziali e inondazioni, ma io sono un singolo individuo.

Un ragionamento che fa arrabbiare
Da una parte, gli si potrebbe rispondere che oggi, per esempio, è possibile calcolare l’esatta quantità di ghiaccio del mare Artico che corrisponde al volo transatlantico di un unico passeggero, ma mi piacerebbe sapere, nel caso io rinunciassi a quel volo, quante probabilità ci sarebbero che quel ghiaccio non si sciolga. E data la natura sistemica della crisi del clima, questo non lo possiamo sapere.

C’è anche la possibilità di non cercare necessariamente una giustificazione logica per quello che facciamo

Il ragionamento di Sinnott-Armstrong fa arrabbiare molte persone che si considerano ambientaliste. Ma penso che la loro sia solo una reazione al timore che abbia ragione lui, che non esistono motivi strettamente logici per fare sacrifici personali per il clima (come, a detta di molti, è illogico andare a votare, considerate le infinitesimali probabilità che il nostro voto cambi il risultato). E quando sembra che non ci sia un motivo logico per fare qualcosa, siamo fortemente tentati di non farlo.

Ma c’è anche un’altra possibilità, che è quella di non cercare necessariamente una giustificazione logica per quello che facciamo. Questa è una delle molte lezioni che ho appreso dall’ultimo eccezionale libro di Charles Eisenstein, Climate. A new story, che offre una prospettiva inedita sullo stato attuale dell’attivismo ambientale.

Mentalità guerresca
Il modo in cui combattiamo il riscaldamento globale, sostiene, si basa inconsapevolmente sul sistema di credenze che l’ha provocato. Con questa “mentalità guerresca”, concentrandoci sulla necessità di sventare la catastrofe per salvare la nostra specie, la strumentalizziamo come qualsiasi azienda inquinante, cerchiamo di manipolare il mondo ai nostri scopi e trattiamo la natura come una “cosa”, separata da noi, che dobbiamo controllare.

Eisenstein invoca una “rivoluzione più profonda”, che consisterebbe nel capire che noi siamo la natura. Tutto è natura. E di conseguenza, ci renderemmo conto che la classica domanda che ci poniamo a proposito dei cambiamenti di stile di vita collegati al clima – “Che differenza diretta e misurabile posso fare io?” – forse non è quella giusta.

Vista con la vecchia mentalità, l’etica alla base di questa rivoluzione rischia di apparire insopportabilmente sdolcinata. Dovremmo preoccuparci della Terra, dice Eisenstein, semplicemente per amore della Terra. Ma in fondo non siamo abituati all’idea che l’amore è un motivo sufficiente per prenderci cura di qualcosa o qualcuno in altri settori della vita?

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L’ambientalista Derrick Jensen ha scritto che quando qualcuno gli chiede perché si dà tanto da fare, risponde: “Perché sono innamorato. Dei salmoni, degli alberi che vedo dalla mia finestra, delle piccole lamprede che vivono sul fondo sabbioso dei ruscelli… E se ami, fai di tutto per difendere l’oggetto del tuo amore. Naturalmente, anche i risultati sono importanti, ma non sono determinanti per farti decidere di provarci”. Ci provi comunque.

Da ascoltare
Nel suo podcast A new and ancient story, Charles Eisenstein e i suoi ospiti suggeriscono a proposito del clima, ma anche di tutto il resto, una strada che va oltre l’ottimismo da una parte e la disperazione dall’altra.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Questo articolo è uscito sul quotidiano britannico The Guardian.

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