Un ristorante nel quartiere del ghetto, a Roma, l’8 settembre 2012. (Giorgio Cosulich, Getty Images)

Roma diventa sempre più cupa e disillusa

Un ristorante nel quartiere del ghetto, a Roma, l’8 settembre 2012. (Giorgio Cosulich, Getty Images)
10 marzo 2016 10:46

Zio Giulio chiude, proprio lui. Il 12 marzo, con una piccola festa. Una festa… Che idea fuori luogo. Sulla cassa del locale di via dei Falegnami, a Roma, è attaccato un foglietto bianco con solo poche righe. E con un ringraziamento “alla gentile clientela”. Quindi anche a noi. “Giulio, davvero chiudi?”, chiedono tutti. Alcuni insistono: “Ma dai, ripensaci!”. Ma Giulio non cerca nemmeno di condividere la delusione della sua gentile clientela. Sorride solo, stanco e commosso.

Zio Giulio era (e il verbo al passato già s’imprime nella memoria) una tavola calda che si spacciava per pizzeria con un’insegna al neon rossa sgargiante. Senza nessuna pretesa. Anche all’interno il locale era semplice e angusto. I tavolini alti erano logori. Sulle piastrelle grigie delle pareti erano appesi i disegni fatti dai clienti, tracciati sulle tovagliette di carta marrone di Giulio: alcuni artistici, altri privi di qualunque talento. Schizzi casuali.

Dopo gli attacchi di Parigi

L’estate scorsa, quando siamo tornati a vivere a Roma, speravamo di ritrovare posti come questo, locali con un’anima, come a tutti piace chiamarli secondo un trito luogo comune, perché li animano le persone che li gestiscono, i piccoli gesti del vicinato, le fissazioni e le preferenze degli avventori, il familiare al di fuori della famiglia, l’Italia insomma.

Naturalmente il locale viveva anche degli gnocchi che Giulio, un romano magro e delicato, esponeva in vetrina il giovedì, del baccalà del venerdì, degli straccetti di manzo serviti tutta la settimana, della “pasta express” della sera, l’amatriciana, la carbonara.

“Giulio, ma dai!”.

I nostri figli sono cresciuti a Roma, da romanisti, avevano Roma dentro anche quando vivevamo all’estero

Siamo stati via per otto anni: in Asia, in Francia, in Spagna. I nostri figli sono cresciuti a Roma, da romanisti, avevano Roma dentro anche quando vivevamo all’estero. Roma per noi era romantica, era l’infanzia, posti come Zio Giulio. In fondo, nell’angolo a destra in alto, c’era un televisore. Nelle prime ore della sera trasmetteva i giochi a premi della Rai e di Canale 5. Erano un brusio di sottofondo.

Ma molti la sera hanno smesso di venire, comunque molto meno che a pranzo, quando mangiavano qui anche i dipendenti della vicina ambasciata polacca, quelli del ministero della giustizia e molti abitanti del quartiere, il ghetto. E probabilmente è stato questo uno dei problemi. Gli affari non andavano bene. Dopo gli attacchi terroristici di Parigi, dice Giulio, a Roma non viene più nessuno, e di certo non qui, al ghetto, dove il pericolo è sempre percepito come maggiore.

Roma è cambiata in questi anni di crisi, scandali e decadenza. Gran parte del suo romanticismo è sparito, almeno ai nostri occhi. Roma è diventata più dura, anche più cupa e in certo modo disillusa. E adesso chiude anche Zio Giulio, proprio lui.

(Traduzione di Floriana Pagano)

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