(Getty Images)

L’operazione per rimuovere la vergogna

(Getty Images)
18 novembre 2018 12:32

È una mattina come un’altra, se non fosse che ho fissato un appuntamento alla clinica di chirurgia estetica dove si eseguono operazioni per il cambio di sesso. Qui è possibile rifarsi il naso, modificare le grandi o piccole labbra della vulva, estrarre o iniettare grasso nelle natiche, allungare e allargare il pene, gonfiare i pettorali, ridurre i fianchi e il giro vita. È un atelier di biodesign dove il bricolage somatico viene praticato con aspiratori, scalpelli, laser, ago e filo. Ma soprattutto con i soldi.

Durante il primo incontro, l’infermiera mi informa sul quadro legale dell’operazione. “È maggiorenne ed è affetto da disforia di genere documentata? Ha con sé il certificato psichiatrico?”. Le presento un documento ufficiale secondo cui ciò che voglio fare non è una “mutilazione” ma una “ricostruzione il cui obiettivo è l’adattamento della mia anatomia al mio genere psicologico”. Nessuno mi chiederebbe un certificato psichiatrico se volessi modificare la forma o la dimensione del mio naso, ma per cambiare genere bisogna chiedere il permesso a papà.

La maggior parte dei nostri organi è gestita dal neoliberismo: per cambiarne la forma o il volume basta avere i soldi. Ma gli organi che sono considerati parte del sistema riproduttivo (seni, utero, pene, testicoli) sono ancora sottoposti alla gestione del regime teologico-patriarcale. In termini di marchio sociale del corpo, potremmo dire che naso, natiche e labbra sono il software, mentre gli organi genitali sono l’hardware. Cambiare gli organi genitali non è considerato un miglioramento, ma una modifica completa del sistema, come una riprogrammazione.

Non si può parlare alla scienza con il linguaggio dell’attivismo, né con quello della poesia

Il medico mi consegna un foglio con l’immagine di un corpo umano (umano? È un corpo umano? Non è il mio corpo…) e mi chiede di indicare a quale tipo di operazione voglio sottopormi e quale forma vorrei dare ai miei organi. Faccio linee e croci con una penna rossa. Non disegno il corpo che voglio, ma quello che il medico è in grado di vedere. Non si può parlare alla scienza con il linguaggio dell’attivismo, né con quello della poesia. Per parlare del mio corpo reale, questo medico e il suo Rolex dovrebbero sorseggiare un po’ di ayahuasca, prima di esaminarmi…

Mentre disegno, mi accorgo che sul tavolo ci sono tre protesi mammarie, due beige e una trasparente. Il medico, che ha un nome che sembra una marca di vodka, nota che il mio sguardo si è fissato sulle protesi. Mi rassicura. “Non si preoccupi, non sono per lei”. Quando scompare dietro un muro di vetro per permettermi di spogliarmi in solitudine, non riesco a evitare di toccarle. Una ha la consistenza del mochi, il dessert giapponese; un’altra, la più grande, somiglia a una palla turgida piena di un liquido più denso dell’acqua e più leggero dell’olio; la terza protesi ha precisamente la consistenza del primo seno che ho toccato in vita mia, o del ricordo utopico che quel contatto, né duro né soffice, ha lasciato nella mia memoria. Il medico rientra nella stanza: sono nudo, con un seno utopico in mano. “Le piace?”, mi domanda. “No, no”, rispondo inquieto. “È solo curiosità”. Poi il medico tocca il mio corpo e mi domanda: “Dunque, vuole farsi operare?”. Resto in silenzio. Sono distratto, penso al suo orologio e alla “liana di spiriti”, l’ayahuasca, alla poesia e alle forme che prende la giungla quando il giaguaro la osserva.

Non rispondo: voglio un intervento che rimuova la vergogna. Voglio farmi rimuovere l’imbarazzo che ho provato quando un professore di psicologia ha detto davanti a un gruppo di studenti che camuffo la mia voce per farmi passare per un ragazzo. Voglio farmi rimuovere l’impossibilità di cambiarmi negli spogliatoi binari delle piscine e degli stabilimenti balneari. Voglio farmi rimuovere una notte in un hotel di Las Vegas e le parole esatte pronunciate dalla ragazza che amavo. Voglio che queste parole siano estirpate e che al loro posto resti solo il ricordo del bacio che ci siamo scambiati in un corridoio dell’hotel Caesar Palace, davanti a una riproduzione del David di Michelangelo. Voglio che le sue parole siano estirpate e che al loro posto resti solo il modo in cui lei ha guardato il mio braccio, come fosse un pene. Voglio farmi rimuovere la rabbia che cresceva nel mio petto quando avevo undici anni. Voglio farmi rimuovere il realismo naturalista secondo cui siamo nati così ed è così che dobbiamo morire. Voglio farmi togliere di dosso lo sguardo inquisitore della norma. Voglio farmi rimuovere l’insoddisfazione di mio padre, consapevole che la sua eredità finirà in un sacco squarciato. È su questo sacco squarciato che bisognerebbe operare.

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Vorrei chiedere al dottor Vodka di cucire questo sacco, così mio padre potrebbe metterci dentro il suo odio, come si impilano delle pietre per strappare un tessuto. Vorrei chiedere di nuovo al medico di aiutarmi a buttare questo sacco nel fiume Ouse. Voglio farmi rimuovere l’espulsione dai corsi di judo perché una ragazza (hanno usato la parola “ragazza” per descrivere il mio corpo selvatico) non può combattere a petto nudo. Voglio farmi rimuovere il binario di genere. Voglio operare il regime binario come se l’epistemologia fosse un sacco da ricucire. Un sacco strappato in due. Da una parte la lussuria, dall’altro l’incoscienza. Voglio cucire questo sacco con pezzi di altri sacchi persi e strappati. Voglio chiedere a questo dottore di confezionarmi un sacco in cui portare le ali strappate ai bambini trans. Voglio farmi rimuovere il patriarcato, che tenderà l’arco sul mio petto e le frecce voleranno verso il passato, in direzione della mia infanzia.

Il dottor Vodka aspetta ancora un minuto, ma davanti al mio silenzio si innervosisce. “Se non è sicuro me lo dica. Questa operazione non è un tatuaggio”.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questo articolo è uscito sul quotidiano francese Libération.

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