09 dicembre 2015 11:34

1. Stanley Rubik, Kurtz sta bene
I vecchi cinefili sono in via d’estinzione, ma qui c’è una band che è così, gente che scherza con i santissimi Kubrick e Coppola. Il pezzo che dà il titolo all’album suona come una revisione nerd di Tiromancino, con rumori e ritmi più strani. Si presentano come power trio, con un rock venato di ritmi complicati e foderato di trovate elettroniche, ma è quando pigiano sui freni che trovano i momenti più interessanti, prima di precipitare in odissee e apocalissi now. Là dove si accumula il massimo della tensione, come nel momento migliore di un film.

2. Sakee Sed, Siluro
Come in un sogno strampalato da osteria della bergamasca, ecco anche un power duo con sventagliate di drums, un pianoforte strapazzato ed effetti sonori vari, compreso uno “sberlofono”. Il titolo dell’album, Hardcore da saloon, prova a rendere l’idea: tredici brani tra melodie, svolazzi, enigmi e grandi gesti confusi. Qualche bella idea avventurosa di canzone e un senso del dramma che da una parte fa venir voglia di vederli su un palco, e dall’altra fa capire perché ringrazino nelle note dell’album una ditta di pannelli fonoassorbenti di Dalmine.

3. La rappresentante di lista, Cosa farò
L’indecisione a tutto interpretata come un musical brechtiano, con tanto di sezione fiati rhythm & blues, e la straripante vocalità di Veronica Lucchesi, attrice teatrale come il suo sodale Dario Mangiaracina. L’istrionismo nell’applicarsi alle afflizioni di attualità è il tratto saliente di questi due, e del loro ultimo lavoro, Bu Bu Sad. Talvolta li si vorrebbe un poco più immediati, con qualche orpello in meno. Ma le loro costruzioni sono interessanti, come brandelli di racconti di nonni pettinati per farsi ascoltare.

_Questa rubrica è stata pubblicata il 4 dicembre 2015 a pagina 27 di Internazionale, con il titolo “__Neoistrionici”._ Compra questo numero_|_ Abbonati