24 maggio 2016 20:11

1. McNill, Non ci prendono
Nill come Shaquille O’Neal, mito del basket. Ma lei, classe 1990, cresciuta maschiaccio col pallino della Nba in Umbria e già sul palco a Mtv Spits, è forte a raccontare la sua vita, i casini, le passioni. Lei che “fottesega se sta storia finirà” e “non ci basta un cuore su WhatsApp. I treni le borse le feste la tosse. Ritornerò, forse. Solo se mi va”. Come una Eminemma di area lgbt e – con l’album Femminill, denso di riflessioni sull’identità di genere e sul conoscere se stessi in generale – merita di essere scoperta dalla giovane Italia delle unioni civili.

2. I Bifolchi, La fan degli Afterhours
Dopo le polemiche su Manuel Agnelli nuovo giudice al prossimo X Factor spunta pure questo (preesistente) attacco obliquo che indica la band di Agnelli come parametro di snobberia borghesotta 2.0. Questi qui, toscani tendenza maremmaiala, tengono fede al nome e sgranano marcette che paiono mutazioni becere di Bartali di Paolo Conte tirando in ballo personaggi con un senso di wtf? (Masini? la D’Urso?) da feste campestri acidelle. Anche il titolo dell’album, Mi fai schifo ma ti amo, è in linea con una voluta zoticoneria antimodernista.

3. The Bidons, Keith is dead
Ossia “Keith è mmuorto”. Loro spuntano dall’underground campano, si chiamano come contenitori di munnezza e registrano per la MiaCameretta records. Ironia tardoadolescenziale e garage rock con quel giusto equilibrio tra energia e pulizia. Suonano bene, lungo tutto il nuovo album Clamarama. Sarebbero una manna per matrimoni alternativi con la suocera stordita di limoncelli e la sposa che balla sui tavoli in giardino: ma giovani e forti come sono, cercassero almeno di passare l’estate in giro per eurofestival da Ramones dei poveri ma belli.

Questa rubrica è stata pubblicata il 20 maggio 2016 a pagina 102 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati