Pleniluni blues

19 aprile 2017 19:00

1. Laino & Broken Seed, Boogie tale
C’è chi l’ha visto sotto i portici bolognesi, con la chitarra resofonica (con la piastra metallica al centro della cassa) e una fame di blues e di pane: Andrea Laino se li era portati da New York quei vinili di Muddy Waters, i souvenir del Mississippi, i passi di John Fante, le parole dei Tom Waits e dei Jack Kerouac. Poi, ecco la band, la batteria eccetera, tutti in studio: e sono nozze chimiche tra amplificatori valvolari e strumenti vintage. A distillare storie e suoni per l’album The dust I own. Di un’autenticità fetish, da blues in barrique.

2. Ryuichi Sakamoto, fullmoon
Poche illusioni in tante lingue, un brivido nel riconoscere le voci di Paul Bowles e di Bernardo Bertolucci (da Il tè nel deserto, romanzo del 1949 e film del 1990). L’ultimo album di un convalescente Sakamoto (che fornì la colonna sonora) è async, un collage di suoni, di poe-sia e di cinema; lui dice che è la colonna sonora per un film inesistente di Andrej Tarkovskij (del cui padre, Arsène, David Sylvian legge i versi in Life, life); ma è pieno di vuoti del tempo che passa, di sgocciolio di tasti, effetti sonori, malinconie di un trascorrere sempre più percettibile.

3. Nada Trio, Senza un perché
La canzone preferita dello Young pope di Paolo Sorrentino, in una versione ben più scabra dell’originale del 2004. Nada risorge con l’intensità di un plenilunio in questo Trio, segnato purtroppo dalla scomparsa del chitarrista Fausto Mesolella, che nell’album La posa, insieme al contrabbassista Ferruccio Spinetti, le mette a disposizione il suo magistrale pizzico, con aplomb e indulgenza, a esplorare fantasmi del passato, canti salentini, Marlene Dietrich, Gianmaria Testa e Piero Ciampi: è una bella passeggiata, nella vita e nella musica.

Questa rubrica è stata pubblicata il 14 aprile 2017 a pagina 86 di Internazionale. Compra questo numero| Abbonati

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