Migrazioni punk

20 marzo 2019 13:41

1. ’o Rom, Shukar drom
Quanta strada nei versi di Costantino Kavafis, poeta e stella polare della musica mediterranea. Nella sua Itaca si torna di continuo. Dopo i Radiodervish tocca a questa carovana zingara da una “Scampia felix” (nel suo lato virtuoso di Officina delle culture). ’o Rom sono due napoletani con l’orecchio a est e nel nuovo album Napulitan gypsy power cautamente si debalcanizzano migrando verso il qui e ora locale. E con ospiti come Daniele Sepe, Daniele Sanzone degli ’A 67 e il rapper Speaker Cenzou ci si può solo augurare che la loro strada sia lunga.


2. Minyo Crusaders, Kushimoto Bushi
Quanto a contaminazioni un caso di scuola è il Giappone, paese in cui ogni ossessione musicale e non, dalla bossanova ai blue jeans con la cimosa, trova interpreti sopraffini. Stavolta a essere riesumati sono i canti min yō, canzoni da feste di contadini e pescatori. Ma la tendenza si è invertita, grazie a giovani musicisti di Tokyo come questa poliedrica formazione di dieci elementi che ripropone il folk nipponico trapiantato su ritmiche afro, jazz etiope, percussioni caraibiche. In attesa dell’album Echoes of Japan, il viaggio riparte da questo singolo.


3. The Staches, Thank god for Mc Donald’s
Fare in modo che il viaggio sia lungo è anche una soluzione punk per sopravvivere: ecco allora che questa doppia coppia, ossuta, gioventù sonica di Ginevra, si è lasciata alle spalle il lago meno punk del mondo per trasferirsi sul fronte caldo dei nuovi casini tedeschi: Lipsia. Qui è scomodo vivere da anarcoidi disadattati, cibarsi di junk food e maledettismo. Fatto sta che viene bene il loro album This lake is point-less, così buttato lì ma con i riff giusti di basso, coscienza fracassata, attitude nichilista e vestigia di bubblegum rock che li rendono accattivelli.


Questo articolo è uscito nel numero 1298 di Internazionale. Compra questo numero|Abbonati

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