18 dicembre 2019 17:41

1. Orchestra Almar’à, Rim Almar’à
Natale, e tuttecose più buone dal mondo: ma non banale. E quindi? Canto dolce di un’orchestra femminile, araba e mediterranea: aria di commiato per violino e canto tunisino, un contrabbasso turco a formare una sezione ritmica con una darbouka, tamburo parlante; al piano c’è Sade Mangiaracina, italotunisina a Berlino. Ma è un progetto di ombre discrete, senza protagonismi; nel coro si amalgamano altre voci e provenienze, italoegiziane, kenyane, turche. Il tutto è nato tra Firenze e piazza Vittorio, a Roma. Da seguire, e applaudire.


2. Bjrg, Firework
Voce, loop station, “I stop being mine” e quel che ne consegue: il senso di un ego che si frammenta, il giovane solipsista della musica costruita su mattonelle vocali assemblate da ingegneri del suono alle prese con il loro primo album intero: Skin deep. Affascinato dalla “infinitesimale distanza che intercorre tra due atomi”, da quasi scienziato, con la sua teoria quantistica della composizione. Ma poi la musica è più immediata delle idee, e in certi momenti suggerisce uno stato di euforia, o almeno una dimestichezza con i Tears for Fears.


3. Artura, Zgniti spomladi
Ossia in sloveno “marcire a primavera”, che sarebbe una validissima alternativa al più trito “se non ci vediamo prima buone feste”. Ma invece è uno dei tanti randomici frammenti di universo che si captano ad ascoltare Random scratch scenario, album meta-lounge di una sperimentale formazione friulana che rende l’idea di una domenica mattina in un chillout berlinese tipo bar Isotop tra vapori di cappuccino, rumori, un beat e uno che scratcha, due grafici danesi che limonano, uno addormentato con le cuffie e tre che sono appena tornati dal rave.


Questo articolo è uscito sul numero 1337 di Internazionale. Compra questo numero|Abbonati