Bogotá, in Colombia, il 2 ottobre 2016.

La Colombia rischia di trovarsi senza né pace né giustizia

Bogotá, in Colombia, il 2 ottobre 2016.
03 ottobre 2016 16:28

Com’è difficile mettere fine a una guerra! La Colombia ne dà un esempio doloroso con il risultato del referendum del 2 ottobre, in cui è stato respinto l’accordo per mettere fine a più di mezzo secolo di guerra tra l’esercito governativo e le Forze armate rivoluzionarie di Colombia, le Farc. L’accordo, firmato il 27 settembre nella città di Cartagena de Indias, sulla costa caraibica, rappresentava la speranza migliore di chiudere un conflitto che ha causato 260mila morti e la sparizione di 45mila persone.

Ma, seppure di stretta misura rispetto a chi ha votato sì, i colombiani hanno deciso altrimenti: il 50,2 per cento dei votanti ha respinto l’accordo, convinto che senza giustizia non possa esserci la pace. L’accordo prevede infatti un’amnistia per i crimini di guerra, sia quelli compiuti dalla guerriglia sia quelli dell’esercito o dei paramilitari, che hanno caratterizzato questo mezzo secolo di conflitto. Così i colombiani rischiano di ritrovarsi senza pace né giustizia.

Questo “fallimento” spinge a chiedersi come mettere fine a una guerra. Quali sono gli “elementi”, le condizioni necessarie per fare sì che i nemici di ieri accettino di sedere allo stesso tavolo a firmare un documento comune e, ancora più difficile, ad applicarlo? Bisogna semplicemente aspettare che i combattenti si logorino? O, al contrario, è necessaria l’abilità e la scaltrezza di discreti e pazienti intermediari disinteressati?

Accordi che hanno funzionato
Nella stessa settimana dell’accordo di pace in Colombia, è morto Shimon Peres, uno dei tre protagonisti – insieme a Yitzhak Rabin e Yasser Arafat – di uno dei più coraggiosi tentativi di fare la pace nel ventesimo secolo, l’accordo di Oslo tra israeliani e palestinesi del 1993. L’ex presidente israeliano è morto senza vedere la conclusione di questo processo di pace incastrato ormai da diversi anni in un vicolo cieco, senza la reale affermazione di due stati e senza la fine dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi.

Il processo si è scontrato con la mobilitazione dei nemici della pace dei due schieramenti: gli estremisti israeliani che hanno ucciso Yitzhak Rabin, e gli islamisti di Hamas che hanno lanciato una campagna di terrore in Israele per sabotare un compromesso ai loro occhi inaccettabile. Difficile mettere in pratica la “pace dei saggi”, secondo la formula di Shimon Peres, quando non c’è la fiducia, quando l’accordo di pace è in balìa di chi è disposto a tutto per impedirla per ragioni ideologiche, religiose o di interesse. Così, 23 anni dopo la loro firma, gli accordi di Oslo sono tenuti in vita artificialmente.

Ma nella storia moderna altri conflitti che sembravano insolubili sono terminati e hanno avuto più fortuna nella loro applicazione. Si pensi agli accordi di Camp David del 1978 tra Egitto e Israele grazie ai buoni uffici statunitensi; al trattato di pace che ha messo fine a 15 anni di guerra civile in Mozambico nel 1992 o ancora all’Accordo del venerdì santo che nel 1998 ha chiuso 30 anni di scontri e di violenze tra cattolici e protestanti in Irlanda del Nord grazie agli sforzi del negoziatore americano Georges J. Mitchell.

Per qualunque accordo di pace servono dei ‘facilitatori’, degli intermediari che godano della fiducia delle due parti

Nel caso della Colombia, per arrivare a questo tentativo abortito di accordo di pace, è servita una lunga evoluzione storica, locale, regionale e internazionale. All’origine, negli anni sessanta, le Farc erano una guerriglia marxista, dei “barbuti” rivoluzionari che si ispiravano al modello cubano in un contesto di guerra fredda.

Per molto tempo le Farc si sono ispirate al Partito comunista colombiano/Linea sovietica (Pcc/Ls) e i suoi guerriglieri erano automaticamente iscritti del partito impegnati nella costruzione di una controsocietà. Ma da diversi anni, come fa osservare il Dictionnaire des mondes rebelles, “l’attività più redditizia [delle Farc] è ormai quella del traffico di droga” e rappresenta più di metà delle sue risorse.

La fine dell’Unione Sovietica, l’indebolimento di Cuba e poi la crisi del Venezuela chavista, diventato uno dei loro ultimi sostegni all’estero, hanno considerevolmente indebolito le Farc, anche se i suoi uomini continuavano a controllare estesi territori di questo paese poco popolato.

Anche le strategie usate in cinquant’anni dai diversi governi per farla finita con le Farc, a cominciare dal terrore dei militari e dei paramilitari, sono fallite, e questo ha spinto il governo di Bogotá e lo stesso esercito a prendere in considerazione negoziati e concessioni politiche impensabili in passato. Ma non è bastato per ottenere l’appoggio della maggioranza, una cosa che lasciato disorientati e incerti i protagonisti del negoziato, anche se le due parti si sono impegnate a non riprendere la guerra.

Per qualunque accordo di pace servono dei “facilitatori”, degli intermediari che godano della fiducia delle due parti, capaci di far avanzare i compromessi, di superare gli inevitabili ostacoli. Del resto, come era già successo per gli israeliani e i palestinesi nel 1993, i due schieramenti colombiani hanno cominciato i loro negoziati nel 2012 in Norvegia, in un anonimo albergo alla periferia di Oslo, per poi passare all’Avana, a Cuba, che è stata retrovia di tutti i guerriglieri del continente.

Sant’Egidio specialista della “diplomazia parallela”
Nel negoziato colombiano si ritrova un’altra protagonista discreta ma presente in molti processi di pace, la Comunità di sant’Egidio, fondata a Roma nel 1968, diventata ormai una specialista della “diplomazia parallela” e abbastanza indipendente dal Vaticano per correre dei rischi, ma senza mai allontanarsene completamente. Così il 27 settembre i rappresentanti di Sant’Egidio erano presenti a Cartagena per assistere al risultato dei loro sforzi.

Il ruolo di questi “facilitatori” è fondamentale. Nella sede di Sant’Egidio, in uno storico edificio romano del quartiere di Trastevere, fuori del Vaticano, una sala ha decorazioni africane e una targa in onore di uno dei più difficili negoziati condotti dalla comunità, quello tra il governo mozambicano e il movimento di guerriglia Renamo, nel 1992. Un accordo che ha retto quasi un quarto di secolo ma che sta avendo dei problemi che minacciano di far ricadere il paese nella guerra civile.

Un negoziato che all’epoca si era rivelato molto difficile, perché la Renamo traeva origine dal programma di destabilizzazione concepito negli anni settanta dal regime sudafricano dell’apartheid contro il Mozambico rivoluzionario che sosteneva l’Anc di Nelson Mandela. La guerra della Renamo è stata brutale e spietata, così come la repressione governativa. Ma una volta finito l’apartheid come fermare questa carneficina? Questo è stato il paziente lavoro della Comunità di sant’Egidio, che in due anni e mezzo di trattative ha ottenuto in Mozambico il suo primo grande successo.

“Il successo dell’esperienza mozambicana ha molto influenzato l’identità della comunità. Il discorso sulla pace è diventato un suo elemento costitutivo ed è stato integrato nella sua liturgia e nel suo linguaggio. Un nuovo modo di attribuire un significato alla realtà, capace di determinare nuove regole e di modificare il campo dell’azione collettiva”, osservava uno studio della Revue internationale et stratégique nel 2005.

Dal 1992 Sant’Egidio è impegnata su numerosi fronti, per lo più nei paesi con una forte presenza cattolica in Africa subsahariana, ma non solo. L’istituzione romana è infatti molto presente anche in Medio Oriente; ha avuto un ruolo importante durante la guerra civile algerina degli anni novanta nella mediazione tra il potere militare e i gruppi islamisti armati, anche se non è riuscita ad abbreviare quel conflitto sanguinoso. E oggi cerca ancora nella massima discrezione di avere un ruolo nella fine della guerra civile in Siria.

Tuttavia i dirigenti di Sant’Egidio sono chiari: non hanno il potere di imporre la pace, solo quello di “facilitarla”. La prima condizione è che i protagonisti del conflitto vogliano la pace. Finché gli “eroi” non saranno “stanchi”, finché uno schieramento pensa di poter avere la meglio sull’altro, il negoziato è impossibile e i “facilitatori” non servono a niente. O come ha dichiarato il presidente colombiano Juan Manuel Santos alla firma del trattato di pace a Cartagena de Indias: “Quella che firmiamo oggi è una dichiarazione del popolo colombiano davanti a tutto il mondo, che dice che siamo stanchi della guerra”. I colombiani però hanno deciso altrimenti, facendo capire fino a che punto sia difficile mettere fine a una guerra.

(Traduzione di Andrea De Ritis)

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