Il presidente palestinese Abu Mazen e il presidente francese Emmanuel Macron nel loro scorso incontro a Parigi, il 22 dicembre 2017. (François Mori, Reuters/Contrasto)

Il presidente palestinese è a Parigi in cerca di nuovi alleati

Il presidente palestinese Abu Mazen e il presidente francese Emmanuel Macron nel loro scorso incontro a Parigi, il 22 dicembre 2017. (François Mori, Reuters/Contrasto)
21 settembre 2018 11:07

C’è stato un tempo in cui la visita di un presidente palestinese a Parigi avrebbe alimentato le aspettative per un rilancio del processo di pace con Israele. Ora non è più così.

Il 21 settembre Abu Mazen incontra Emmanuel Macron al palazzo dell’Eliseo, a Parigi, ma l’obiettivo è più che altro quello di scongiurare la catastrofe invece che di rilanciare un processo di pace in stato di morte clinica da tempo.

La settimana scorsa, il venticinquesimo anniversario di uno dei veri miracoli politici successivi alla guerra fredda è passato sostanzialmente inosservato. La stretta di mano tra Yasser Arafat e Yitzhak Rabin, il 13 settembre 1993, incarnava la speranza di mettere fine a decenni di ostilità.

In quel momento la maggioranza dei due popoli ha creduto che fosse arrivata l’ora della pace. Venticinque anni dopo gli accordi di Oslo, dopo molto sangue e molte lacrime, non solo la pace non è più imminente, ma l’espressione “processo di pace” è stata svuotata del suo senso.

Oggi l’equazione mediorientale appare senza soluzione, a prescindere da come sia analizzata.

Spesso i leader palestinesi, quando tutto andava male, si sono rivolti alla Francia

Israele è governato dalla coalizione più a destra della sua storia, una coalizione che ha perseguito inesorabilmente la colonizzazione dei territori occupati in Cisgiordania e Gerusalemme Est. Il fatto compiuto rende ogni giorno meno credibile l’opzione dei due stati, senza che emerga alcuna alternativa all’occupazione eterna.

Il paesaggio non è più incoraggiante sul versante palestinese, che si tratti della Striscia di Gaza stretta tra l’autorità integralista di Hamas e il blocco israeliano o della Cisgiordania governata da un’Autorità Palestinese che sta esalando l’ultimo respiro.

In tutto questo caos ci mancava solo Donald Trump, che ha rotto con l’equilibrismo (innegabilmente inefficace) di Barack Obama per schierarsi nettamente dalla parte degli israeliani e andare incontro al suo elettorato evangelico. Nel giro di pochi mesi, Trump ha cambiato la situazione con una serie di “punizioni”, dal trasferimento a Gerusalemme dell’ambasciata statunitense all’interruzione del finanziamento per l’agenzia dell’Onu per i rifugiati palestinesi, passando per la chiusura della rappresentanza palestinese a Washington.

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Spesso i leader palestinesi, quando tutto andava male, si sono rivolti alla Francia. L’ex presidente François Mitterrand aveva salvato Yasser Arafat dall’assedio di Beirut nel 1982, mentre il suo successore Jacques Chirac era, per il leader palestinese, “il dottor Chirac” a cui poteva rivolgersi in caso di problemi.

Indebolito, il successore di Arafat non ha altra scelta se gli Stati Uniti rinunciano a fare da mediatori. La Francia proverà a raccogliere fondi alternativi per evitare il crollo del sistema scolastico e sanitario palestinese, con le conseguenze che possiamo immaginare in zone già in gravi difficoltà.

La settimana prossima Emmanuel Macron sarà all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, a New York, e potrebbe incontrare il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Ma oggi l’unico margine di manovra politico rimasto è quello di evitare il peggio. La pace dovrà attendere giorni migliori.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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