Una manifestazione organizzata da Vox a Madrid, il 1 dicembre 2018.

L’estrema destra europea non ha avversari convincenti

Una manifestazione organizzata da Vox a Madrid, il 1 dicembre 2018.
04 dicembre 2018 11:38

Una nuova spia si è accesa sulla carta politica europea e più precisamente in Andalusia, dove il 2 dicembre un partito di estrema destra, Vox – ostile all’immigrazione, al femminismo e all’Unione –, è entrato nel parlamento regionale conquistando l’11 per cento dei voti. È la prima volta dalla fine del franchismo che l’estrema destra entra in un parlamento spagnolo, nazionale o regionale.

La Spagna era sembrata immune, ma è anche vero che dicevamo lo stesso della Germania, per ragioni storiche evidenti. E invece Alternative für Deutschland (Afd), il partito xenofobo tedesco, è diventato nel 2017 la terza forza politica del parlamento federale e ha fatto eleggere i suoi candidati in tutti i länder. Oggi c’è anche chi teme che possa vincere le elezioni in Sassonia, regione dell’ex Germania Est.

Chiaramente dobbiamo citare anche l’Italia, dove la Lega di Matteo Salvini è al governo, e pure l’Austria e la Svezia, il paese-modello dove un partito di estrema destra ha ottenuto grandi risultati. Più a est, il leader ungherese Viktor Orbán ha teorizzato la democrazia “illiberale”.

Questo contesto non è estraneo a ciò che accade in Francia con i gilet gialli, un movimento nato dal nulla che evidenzia l’impasse della democrazia rappresentativa e ne contesta la legittimità.

In questo momento è evidente che per rendere la democrazia più “partecipativa” (la parola del futuro) ci vorrà ben più di una ripulita

La diagnosi è chiara da tempo e nasce dal crollo dei partiti che chiamavamo “di governo”. È il caso della Francia, con la scomparsa dei socialisti e dei repubblicani al primo turno delle presidenziali dell’anno scorso, ma anche dell’Italia e in misura minora della Germania, dove i cristianodemocratici (Cdu) e soprattutto i socialdemocratici dell’Spd perdono voti, e della Spagna, dove la frammentazione politica è sempre più accentuata.

Da diversi anni si assiste a un’astensione crescente – basti pensare che una recente elezione legislativa parziale nella regione parigina ha registrato appena il 16 per cento di affluenza – come se i cittadini pensassero che votare non abbia più alcun senso. Solo le presidenziali in Francia continuano a fare il pieno di votanti, ma i gilet gialli ci ricordano che la legittimità del capo dello stato non è più una garanzia.

Infine ci sono i corpi intermedi, come i sindacati, palesemente indeboliti. Alla lista potremmo aggiungere i mezzi d’informazione, contestati e a volte perfino contrastati, a cui vengono preferiti i social network nonostante l’abbondanza di manipolazioni e false notizie.

Paradossalmente, la riforma costituzionale proposta dal presidente francese Emmanuel Macron la scorsa estate aveva come titolo “per una democrazia rappresentativa più responsabile ed efficace”, e al momento è bloccata. In questo momento è evidente che per rendere la democrazia più “partecipativa” (la parola del futuro) ci vorrà ben più di una ripulita.

pubblicità

In Italia, il Movimento 5 stelle ha costruito il suo successo su strumenti partecipativi, ma oggi, arrivato al potere, non ha cambiato la pratica della politica. Lo stesso si può dire della difficoltà dei gilet gialli francesi a trovare un accordo sul nome di un qualsiasi portavoce che possa negoziare con il governo. Le persone che hanno accettato di incontrare il primo ministro hanno ricevuto minacce di morte e hanno rinunciato.

È il modello autoritario “illiberale”, per riprendere l’eufemismo tanto caro a Orbán, quello che oggi si presenta come alternativa cavalcando il mito dell’uomo forte. Probabilmente è solo un’illusione, ma i sostenitori della democrazia liberale, attualmente sulla difensiva, devono ancora proporre una risposta convincente.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

pubblicità

Articolo successivo

Le notizie di scienza della settimana
Claudia Grisanti