Durante un comizio dei partiti Bahujan Samaj (Bsp), Samajwadi (Sp) e Rashtriya Lok Dal (Rld) a Deoband, nell’Uttar Pradesh, India, il 7 aprile 2019. (Sanjay Kanojia, Afp)

Il nazional populismo di Modi alla prova delle elezioni indiane

Durante un comizio dei partiti Bahujan Samaj (Bsp), Samajwadi (Sp) e Rashtriya Lok Dal (Rld) a Deoband, nell’Uttar Pradesh, India, il 7 aprile 2019. (Sanjay Kanojia, Afp)
10 aprile 2019 11:22

L’11 aprile l’India entrerà nel ciclo delle elezioni legislative, un meccanismo colossale: novecento milioni di elettori, un milione di seggi, uno scrutinio spalmato su 39 giorni e risultati che non arriveranno prima del 23 maggio.

Si tratta di un processo complesso in una democrazia imperfetta, ma che finora ha garantito l’alternanza democratica. Tutta un’altra storia rispetto all’altro gigante asiatico, la Cina, dove esistono un partito unico, una stampa imbavagliata e carceri stracolme.

Tuttavia anche l’India ha le sue zone d’ombra, particolarmente estese durante l’epoca del primo ministro uscente Narendra Modi, fiducioso di poter ottenere una rielezione. Quando si parla dei leader populisti del pianeta il nome di Modi figura raramente, ma il capo del Bharatiya janata party, il partito nazionalista indù, rientra a pieno titolo nella categoria.

Il solito uomo della provvidenza
Christophe Jaffrelot, specialista francese di politica indiana, lo definisce “nazional-populista” portando come prova alcuni discorsi pronunciati durante la campagna elettorale. Pochi giorni fa Modi non ha esitato a strumentalizzare i recenti scontri militari con il Pakistan e le vittime del terrorismo, accusando i suoi rivali del partito del Congress (formazione politica di Indira Gandhi e suo padre
Jawaharlal Nehru) di essere traditori che si sarebbero venduti ai musulmani.

Come in altri paesi governati da un fantomatico “uomo della provvidenza” – Netanyahu in Israele, Donald Trump negli Stati Uniti – le elezioni in India si giocano sulla posizione rispetto all’operato di Modi, pro o contro.

Negli ultimi mesi alcuni scrutini regionali hanno evidenziato un ritorno in voga del partito del Congress

Al centro del dibattito c’è la personalità divisiva del primo ministro, non il suo programma, che tra l’altro è stato reso pubblico solo tre giorni prima dell’inizio delle votazioni. Nel 2014 Modi è stato eletto grazie alla promessa di portare a termine grandi riforme destinate a incrementare un’economia in ritardo rispetto al rivale cinese. Il bilancio del governo Modi non è pessimo, ma non è nemmeno all’altezza delle promesse, con una disoccupazione giovanile troppo alta e decisioni economiche spesso infelici.

Restano le basi del nazionalismo indù e in particolar modo l’esclusione delle minoranze etniche o religiose, sempre più spesso trattate come una popolazione di seconda classe.

All’inizio sembrava che Modi avrebbe vinto di nuovo le elezioni, ma negli ultimi mesi alcuni scrutini regionali hanno evidenziato un ritorno in voga del partito del Congresso, formazione storica guidata nuovamente da un erede della dinastia Gandhi, Rahul, nipote di Indira Gandhi, la premier assassinata nel 1984.

Con ogni probabilità Narendra Modi sarà confermato come primo ministro, ma il suo sogno di cancellare il partito del Congress e i suoi valori laici sembra svanito.

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Resta da capire se l’India porterà a termine una modernizzazione partita in ritardo rispetto alla Cina, costante termine di paragone sul piano economico, militare e politico. Oggi Pechino sembra in vantaggio in ogni ambito, eccetto uno: la democrazia, per quanto in India sia affossata dal nazionalpopulismo di Modi.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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