Teheran, il 22 giugno 2019. (Atta Kenare, Afp)

Tra Teheran e Washington è in corso una nuova forma di guerra

Teheran, il 22 giugno 2019. (Atta Kenare, Afp)
24 giugno 2019 12:48

Bisognerà abituarsi. La ciberguerra è una guerra a tutti gli effetti. La settimana scorsa il valzer di comunicazioni sulla risposta statunitense all’abbattimento da parte dell’Iran di un drone militare, ha dato l’idea che Donald Trump avesse rinunciato a colpire l’Iran.

La realtà è che Trump ha effettivamente ordinato un attacco contro le forze iraniane, anche se non sotto forma di missili: la Casa Bianca ha scelto la via di un attacco informatico. È un gesto meno spettacolare, ma è comunque un atto di guerra, il genere di guerra che si combatte nel ventunesimo secolo.

Secondo il Washington Post, nella stessa giornata in cui ha comunicato di aver rinunciato a un attacco missilistico contro obiettivi iraniani, il presidente degli Stati Uniti ha ordinato una serie di attacchi informatici contro bersagli precisi, e cioè i sistemi di lancio dei missili iraniani e un organismo di sorveglianza della navigazione nello stretto di Hormuz.

Una nuova forma di guerra
È raro che si venga a conoscenza così rapidamente di una ritorsione di questa natura, e ancora più raro che l’attacco informatico sia ordinato in risposta a un atto ostile convenzionale, in questo caso un lancio di missili. La crisi iraniana, in questo senso, è un banco di prova per una nuova forma di guerra.

Perché scegliere un attacco informatico anziché i missili? La logica è semplice: annunciando di aver rinunciato alla risposta prevista perché avrebbe potuto provocare 150 vittime, Donald Trump ha voluto farsi bello senza però lasciare impunita la distruzione del drone statunitense grazie alla sua azione nello spazio informatico contro obiettivi militari.

A quanto pare nessuno dei due paesi vuole compiere un atto irreparabile

Agli occhi dell’opinione pubblica, un ciberattacco è un gesto meno aggressivo rispetto a un raid aereo o al lancio di missili. In questo modo, nell’escalation del conflitto tra Stati Uniti e Iran, il Rubicone non è stato oltrepassato. Lo stesso vale per l’annuncio con cui Teheran ha comunicato, poco dopo la distruzione del drone, di non aver voluto abbattere un aereo spia con una trentina di militari statunitensi a bordo.

A quanto pare nessuno dei due paesi vuole compiere un atto irreparabile, pur lasciando che l’escalation si intensifichi in mancanza di un’apertura politica.

La guerra sotterranea
Non si tratta del primo ciberattacco degli Stati Uniti contro l’Iran. Alla fine degli anni duemila, infatti, l’amministrazione Obama aveva portato a termine un’operazione segreta in collaborazione con gli israeliani hackerando i computer del programma nucleare iraniano con un virus denominato Stuxnet. L’obiettivo, in quell’occasione, era fare pressione su Teheran nel contesto del negoziato.

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Dovremo abituarci alla frequenza sempre maggiore degli attacchi informatici all’interno delle guerre moderne, e infatti si parla già di “guerre ibride” che includono tutte le diverse componenti dell’azione militare. L’attacco ordinato da Trump è stato portato a termine dal cibercomando statunitense, che pochi mesi fa è stato elevato al livello delle altre forze armate: marina, aviazione e fanteria.

L’Iran, insomma, è uno dei primi campi di sperimentazione della guerra ibrida, con il blocco economico che sarà rafforzato nella giornata di lunedì e appunto gli attacchi informatici. Il finale della storia non è ancora scritto, ma nei fatti gli Stati Uniti e l’Iran sono già impegnati in una guerra sotterranea.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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