Il presidente iraniano Hassan Rohani parte per New York dall’aeroporto di Mehrabad, a Teheran, il 23 settembre 2019. (Presidenza iraniana/Ap/Ansa)

Le Nazioni Unite cercano di fermare l’escalation sull’Iran

Il presidente iraniano Hassan Rohani parte per New York dall’aeroporto di Mehrabad, a Teheran, il 23 settembre 2019. (Presidenza iraniana/Ap/Ansa)
23 settembre 2019 11:50

Il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha ragione quando sostiene che la crisi del Golfo è attualmente “la minaccia più seria” per la pace nel mondo. Ma l’Onu non ha i mezzi per essere determinante, anche se è nella sua sede di New York che il 23 e 24 settembre andrà una scena un negoziato intensivo di 48 ore.

I riflettori di questo teatro della diplomazia, che coinvolge tutto il pianeta, saranno puntati su tre uomini: Donald Trump, Hassan Rohani ed Emmanuel Macron. Eppure le possibilità che i tre si incontrino insieme sono quasi nulle.

Il presidente francese è l’unico a parlare con il suo collega statunitense e con quello iraniano, ed è precisamente questo il suo ruolo in questa improbabile equazione.

Rischio bellico ridimensionato
Il presidente degli Stati Uniti e quello dell’Iran, che sono agli antipodi dal punto di vista culturale e del temperamento, avrebbero potuto scrivere una pagina di storia incontrandosi a New York. È lo scenario a cui ha lavorato la diplomazia francese dopo il vertice del G7 a Biarritz. Ma l’attacco contro le strutture petrolifere saudite ha rimesso tutto in discussione.

A New York, il meglio che la diplomazia possa sperare di ottenere è una de-escalation, un chiaro ridimensionamento rispetto alle aspettative di qualche settimana fa.

L’Iran rifiuta qualsiasi contatto con gli Stati Uniti dopo che Washington ha imposto nuove sanzioni

Il rischio di una guerra immediata si è allontanato. È vero, gli Stati Uniti stanno rafforzando il loro contingente in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti, ma solo a fini difensivi, per rassicurare i loro alleati ed evitare la ripetizione dell’attacco del 14 settembre contro la principale raffineria saudita. Il problema è che la via diplomatica appare bloccata. L’Iran rifiuta qualsiasi contatto con gli Stati Uniti dopo che Washington ha imposto nuove sanzioni, mentre il resto del mondo attende il risultato delle diverse indagini (tra cui quella condotta dagli esperti francesi) per determinare l’origine dell’attacco contro l’Arabia Saudita. Se l’Iran sarà ufficialmente tirato in causa l’impasse sarà completa.

Gioco al rialzo
Nel frattempo si avvicina una nuova scadenza: se non accadrà nulla entro il 6 novembre, l’Iran annuncerà una nuova tappa nella ripresa del suo programma nucleare. Teheran sta giocando al rialzo, e la guerra dei nervi è ormai totale.

Durante il fine settimana un ex funzionario americano ha detto che l’iniziativa francese non avrebbe un grande peso, ma anche che è l’unica proposta sul tavolo. Sul fronte francese le dichiarazioni sono appena un po’ più ottimiste.

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Parliamo di una regione che da mesi avanza passo dopo passo verso lo scontro, senza che niente e nessuno possa fare qualcosa per impedirlo: né Donald Trump, che non vuole una guerra, ma non permette una distensione della crisi che ha scatenato rinnegando l’accordo sul nucleare, né Hassan Rohani, al vertice di un regime che comprende un’ala dura contraria a qualsiasi compromesso, né Mohammed bin Salman, principe ereditario saudita umiliato dalla vulnerabilità ormai evidente del suo paese.

Se non ci sarà un miracolo diplomatico, le prossime 48 ore rischiano di rivelarsi un’occasione perduta. E l’escalation andrà avanti.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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