Scontri tra manifestanti e polizia a piazza Tahrir, a Baghdad, in Iraq, il 1 ottobre 2019. (Ahmad al Rubaye, Afp)

Il governo reprime nel sangue la primavera irachena

Scontri tra manifestanti e polizia a piazza Tahrir, a Baghdad, in Iraq, il 1 ottobre 2019. (Ahmad al Rubaye, Afp)
04 ottobre 2019 09:37

Il coprifuoco permanente non serve, e nemmeno l’interruzione del collegamento internet in due terzi del paese. Da tre giorni i giovani iracheni continuano a urlare la loro collera nelle città del paese, da Baghdad a Bassora. La repressione è feroce, con 28 morti e centinaia di feriti per colpi di arma da fuoco.

Non è la prima volta che la popolazione irachena manifesta in piazza la sua esasperazione per la corruzione generalizzata, l’assenza di servizi pubblici e le condizioni di vita che non migliorano. L’anno scorso Bassora, capitale del petrolio, aveva già vissuto una serie di rivolte violente. Quest’anno, però, la protesta ha raggiunto proporzioni mai viste nonostante l’assenza di leader e di un’organizzazione strutturata.

Nessuno può stupirsi davanti a questa esplosione sociale. A più di sedici anni dall’invasione statunitense che ha provocato la caduta della dittatura di Saddam Hussein, il paese non ha ancora trovato il suo equilibrio né ha alcuna speranza di trovarlo in tempi brevi. L’Iraq resta uno stato vacillante in una regione che resta una polveriera.

Il governo eletto l’anno scorso con la promessa di combattere la corruzione e riformare lo stato ha deluso la popolazione

L’anno scorso c’è stata la vittoria sul gruppo Stato islamico (Is), ma come prevedibile la caduta di Mosul, dove era stato proclamato il califfato, non è stata seguita da un ritorno alla normalità. Tra l’altro è proprio l’allontanamento dell’eroe della guerra contro l’Is, il generale Abdelwahab al Saadi, ad aver scatenato la rivolta latente contro le élite al potere. Durante le proteste, alcuni manifestanti hanno mostrato il ritratto di Al Saadi.

La fine della guerra contro l’Is, per quanto persistano le infiltrazioni dei jihadisti, aveva dato nuovo slancio alle aspettative sociali. Il governo eletto l’anno scorso con la promessa di combattere la corruzione e riformare lo stato ha deluso la popolazione. Evidentemente non ci sono né i mezzi né la volontà di cambiare radicalmente la situazione.

L’aspetto caratteristico della rivolta è il rifiuto della frattura confessionale, sostituita dalla frattura sociale. Nelle strade dell’Iraq si respira un profumo di “primavera araba” a scoppio ritardato, con venti milioni di giovani sotto i vent’anni che non hanno alcuna speranza e denunciano tanto l’inadeguatezza delle élite quanto l’assenza di elettricità.

La brutalità della repressione dimostra che il potere iracheno è disposto a tutto pur di stroncare la rivolta. Ma resta il fatto che il governo non è in grado di rispondere alle speranze della popolazione, e se anche riuscisse a riprendere il controllo del paese, la repressione di questi giorni lascerebbe comunque tracce profonde.

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Il governo osserva con preoccupazione l’ascesa del dignitario sciita Moktada al Sadr, che alleatosi con i comunisti ha ottenuto un grande successo alle elezioni. Questo leader populista dalle alleanze extra religiose ha fatto della lotta contro la corruzione il suo cavallo di battaglia e oggi ha un grande peso nell’equazione irachena.

Un altro fattore cruciale, naturalmente, è il vicino Iran, che controlla buona parte delle milizie irachene in un paese che ospita anche una base statunitense. Giovedì il governo iraniano ha chiuso la frontiera con l’Iraq ed è comprensibilmente preoccupato dagli slogan contro la sua influenza scanditi dai manifestanti.

L’Iraq, insomma, non ha ancora terminato la sua discesa all’inferno.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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